Questo sito contribuisce alla audience di panorama

Wild Turkey, il bourbon per reinterpretare i cocktail del passato


Eddie Russell, master distiller di Wild Turkey, racconta come si produce il suo whiskey e perché è al centro di una nuova età dell’oro

di Aldo Fresia

Lo Stato del Kentucky conta più botti di bourbon che persone, e solo la distilleria Wild Turkey ne possiede 500mila. Dati che testimoniano le dimensioni dell'età dell'oro vissuta dal bourbon whiskey negli Stati Uniti, un fenomeno la cui onda lunga ha ormai raggiunto l'Europa e l'Italia. Dietro questo trend c'è la volontà dei bartender di reinterpretare i cocktail del passato, quelli ideati nella prima metà del Novecento, sfruttando in modo creativo i sapori contemporanei.

Da questo punto di vista Wild Turkey ha moltissime frecce al proprio arco. Parola di Eddie Russell, master distiller dell'azienda, un omone gioviale che rappresenta con orgoglio la quarta generazione dei Russell distillatori e che è cresciuto a pane e bourbon – letteralmente: quando aveva male alle gengive per colpa dei dentini, suo padre le strofinava con un batuffolo imbevuto di whiskey.

Ascoltare le parole di Eddie Russell significa pendere dalla bocca di un'autorità, nonostante lui si schernisca con un pizzico di modestia: «Mio padre ha 62 anni e lavora ogni giorno, quindi io sono quello nuovo».

Il punto di vista di Eddie è molto semplice: il Wild Turkey è al di sopra della media perché la ricetta non è mai stata cambiata per inseguire le mode e perché l'invecchiamento in botte è superiore rispetto a molti concorrenti. Secondo il disciplinare statunitense, infatti, è obbligatorio indicare gli anni di invecchiamento solo se sono inferiori a quattro. Di conseguenza molti superano di poco questa soglia e imbottigliano, mentre Wild Turkey aspetta da 6 a 13 anni.

In Italia Wild Turkey commercializza quattro whiskey: l'81, il 101, il Rare Breed e il Rye. Mettiamo fra parentesi quest'ultimo, perché segue una ricetta diversa e non è argomento di questo pezzo; gli altri invece hanno un'unica ricetta. A fare la differenza è il blend tra le botti conservate sui sette piani della distilleria: ognuno ha un proprio microclima e questo è un elemento cruciale, in particolare la temperatura media nella quale invecchiano le botti e gli sbalzi di temperatura durante l'avvicendamento delle stagioni.

L'escursione termica determina infatti l'aumento o la diminuzione del volume del liquido e dunque l'interazione con il legno delle botti: escursioni maggiori, quelle dei piani più alti e più bassi, producono qualità più forti, mentre nei piani di mezzo nascono i whiskey più omogenei. A questo punto spetta al master distiller stabilire come miscelare il contenuto delle varie botti; il Rare Breed si ottiene selezionando le migliori.

Nel mondo dei bartender il Rare Breed si serve solitamente da solo, per esaltare la sua notevole complessità. Nei cocktail troviamo invece il 101 e l'81, a seconda di quanta personalità vogliamo nel bicchiere: il primo è più aggressivo, il secondo più morbido. Entrambi si sposano alla perfezione con i cocktail inseriti nella gallery che apre questo pezzo: Old Fashioned, Boulevardier, Mint Julep e Kentucky Mule.

A proposito, il Wild Turkey si chiama così perché è il nome è stato inventato durante una battuta di caccia al tacchino.