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Whisky giapponesi, come sceglierli da tradizione


Presa in prestito dai sushi restaurant, arriva l’omakase: il barman diventa un amico e il drink una coccola a misura d’uomo

di Laura Barsottini

Bere whisky eccellente ora non basta più. Il ristoro al bar a fine giornata deve diventare un’esperienza completa all’insegna della filosofia giapponese Ichi-go Ichi-e, “un attimo, un incontro”. Parola (e intenzione) di Nikka, brand di jap-whisky tra i più apprezzati al mondo, che si appropria di un concetto tipicamente legato al mondo del sushi, l’omakase, e lo trasporta al bar. “Omakase” significa, più o meno, “ci penso io”, ed è l’abitudine diffusa nei sushi bar del Sol Levante per cui il cliente, per la sua ordinazione, si affida completamente allo shokunin, lo chef, che “ci pensa lui”. Questi, infatti, forte della sua esperienza non solo gastronomica ma anche psico-social-filosofica, osserva il cliente, ci scambia due parole e, infine, è in grado di proporgli esattamente ciò di cui ha bisogno. Insomma, il locale dove ci si concede una pausa deve diventare accogliente come (e, a volte, più) di casa e il barman deve essere capace di intuire le emozioni e i bisogni del momento del cliente come (e più) di un amico.

Ambasciatore di questa filosofia è Stanislav Vadrna, Brand Ambassador di Nikka di origini polacche, che gira il mondo addestrando i migliori barman. E quella che pare solo una bella favola in realtà si concretizza in una piacevolissima realtà, come dimostra il concorso europeo “Nikka Perfect Serve”, che ha premiato il barman finalista italiano Patrick Pistolesi, del Barnum Cafe di Roma. Doppio successo per Patrick: è anche arrivato secondo alla finalissima del concorso che si è appena tenuta a Parigi e per questo si recherà in Giappone per visitare le distillerie di Nikka Yoichi e Miyagikyo e affinare le proprie capacità di accoglienza sul campo.