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Ghetto Gastro, ricette dal Bronx


Musica, creatività di strada e cucina irriverente. Epopea di un gruppo di chef che usa il cibo per parlare alla gente (e aiutare la comunità).

di Annalisa Testa

Sì, è vero. Guardando questa foto non verrebbe mai da pensare che siano 4 chef. Piuttosto una gang hip-hop di qualche ghetto cresciuto nella più dura periferia newyorkese. Ma il fatto è, che sono proprio così: 4 chef, che arrivano dal Bronx, si chiamamo Ghetto Gastro e in cucina ascoltano Ghostface Killah e Raekwon. Hanno attitudine rock all’approccio alla vita. Ma non sono cuochi da giacca abbottonata e cucina stellata. Piuttosto un “nomadic culinary collective” con felponi neri e denim strappati. Un collettivo culinario che ha imparato (dalla strada) a monopolizzare il cibo per incanalare dollari verso le cominutà del Bronx.

«Paradossalmente, il cibo fresco che si trova nei migliori ristoranti di Manhattan arriva dal Bronx. Ma nel Bronx è un’impresa trovare il fresco per la comunità», spiega Jon Gray, creative director dei Ghetto, uno che a 16 anni era in brutti giri poi, per star fuori dalla galera, incanala le sue energie (e l’astuzia) nel food system. «Nel progetto, anche Massimo Bottura dell’Osteria Francescana di Modena con cui stiamo lavorando per aprire un refettorio qui nel Bronx». Insieme a Gray ci sono Pierre Serrao, Lester Walker e Malcolm Livingston II, la celeb del gruppo, che ha in curriculum le cucine di Wylie Dufresne e di René Redzepi al Noma.

Per loro cucinare è più di un lavoro. È qualcosa che ha a che fare con la cultura, un linguaggio che accende connessioni tra cibo, moda, arte e musica. «Vendiamo “pop-up experience” a brand dalle tasche profonde», racconta Gary. Art direction, set design, e ovviamente il menù. Come quello della cena “The South Bronx in the South of France” organizzata in una villa sulle colline di Cannes per Microsoft. Sneaker che penzolavano sopra la testa degli ospiti, dj set e (tra le altre) branzino marinato nel tè Lipton. O quella per Google con un menù declinato sui colori del doodle: dalla zuppa blu, di cocco e gamberi, al pollo loco con polvere verde di jalapeño, fino al dolce rosso con dischi di barbabietola e schiuma di ibisco. Provocare con il cibo, è questo che fanno (oltre a soldi a palate). «Dietro ai piatti c’è una storia.

Usiamo il cibo per parlare, in una ricerca costante di eccellenza culinaria», dice Gray. E i piatti parlano, altroché. In un beach party all’Art Basel di Miami hanno chiamato il dessert Whiteout, un cocco in tre consistenze servito su uno specchio, una di queste era polverosa, impiattata come fosse una riga di cocaina. Un’altra volta il dessert bianco era servito su un piatto nero con la scritta Black Lives Matter, riferimento allo slogan afro per i diritti dei neri. I Ghetto hanno tana nel Bronx. Una cucina laboratorio. Un luogo creativo aperto alla comunità in cui i ragazzini vanno lì a imparare a cucinare. «Devono saper trasformare la loro cultura in fonte di guadagno», chiude Gray. «Senza perdere però quell’irriverenza che ci contraddistingue».