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Aglianico del Vulture, l’uva a bacca rossa più famosa del sud Italia


È uno dei vitigni più prestigiosi della Basilicata e produce un gran vino rosso: ecco quali bottiglie provare, fra nomi blasonati e realtà emergenti

di Aldo Fresia

Alcuni millenni fa il Monte Vulture, in provincia di Potenza, era un vulcano attivo. Oggi è spento da secoli e sulle sue pendici cresce quello che probabilmente è il vitigno a bacca rossa più famoso del sud Italia. Stiamo parlando dell'Aglianico del Vulture, che produce vini strutturati, ricchi di tannino, con evidenti sentori fruttati e una spiccata mineralità.

POCHI COMUNI, GRANDE STORIA
A partire dal febbraio 1971, l'Aglianico del Vulture gode della denominazione di origine controllata (DOC) e di conseguenza può essere coltivato e vendemmiato esclusivamente in una manciata di comuni situati nei dintorni del vulcano. Ma la sua storia è molto più antica: esistono testimonianze che fosse conosciuto e apprezzato dal poeta Orazio, dall'imperatore Federico II di Svevia e dal re Carlo I d'Angiò. Insomma, le colline del Vulture (il vitigno trova la sua altezza ideale fra i duecento e i seicento metri sul livello del mare) sono da tempo meta di buongustai del vino, tanto che alcuni esperti hanno soprannominato l'Aglianico "il Barolo del Sud".

ASSAGGI: PER ANDARE SUL SICURO
Un Aglianico del Vulture deriva dalla vinificazione in purezza del vitigno omonimo e dunque ci sono caratteristiche comuni a tutte le bottiglie prodotte nell'area della DOC. Ovviamente, gli elementi distintivi di una specifica vigna e l'abilità dei viticoltori fanno la differenza, come sempre quando parliamo di vino. Se guardiamo ai pareri degli esperti, i nomi che tornano più spesso sono sostanzialmente tre: Cantine del Notaio, Elena Fucci e Terre degli Svevi, produttori che ormai sono degli habitué dei tre bicchieri, cioè il voto massimo conferito dalla guida del Gambero Rosso. Per assaggiare un vino di indubbia qualità basta puntare su Il Repertorio 2014 (Cantine del Notaio), Titolo 2014 (Elena Fucci) e Re Manfredi 2013 (Terre degli Svevi), a cui possiamo tranquillamente aggiungere il Gricos 2014 della cantina Grifalco della Lucania.

ASSAGGI: PER SPERIMENTARE, SENZA RISCHI
Accanto ai nomi blasonati ce ne sono altri che meritano di essere comunque proposti, perché garantiscono bottiglie di tutto rispetto e rappresentano cantine in crescita. Per provare a orientarsi, un criterio è quello di guardare alle realtà locali che sono entrate a far parte di gruppi più grossi, capaci di sostenerle e rilanciarle. Anche in questo caso, i nomi che emergono sono tre: Paternoster (acquisito da Tommasi Viticoltori), Basilisco (da Feudi di San Gregorio) e Vigneti del Vulture (dal gruppo Farnese). Quale bottiglia stappare? Il Rotondo 2012 di Paternoster, il Basilisco 2010 e il Teodosio 2012 (entrambe di Basilisco) e infine il Pipoli 2015 di Vigneti del Vulture.