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Vivian Maier, la bambinaia che fotografava New York


Al MAN di Nuoro la prima personale della fotografa che ha raccontato se stessa e la gente di strada. Tra la Grande Mela e Chicago

di Luca Bergamin

Una bambinaia con la macchina fotografica sempre a tracolla. La storia di Vivian Maier sta tutta nel gesto che questa donna, vissuta nei decenni più caldi del XX secolo a New York e Chicago, era solita compiere tutti i giorni, più volte al giorno: fotografare. Vivian infatti è stata una reporter instancabile e insaziabile come dimostrano i contenuti del suo sterminato archivio: 150.000 negativi, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti.

La tata francese originaria delle Alpi provenzali non se ne separò mai. Lo custodì gelosamente senza mai pensare a pubblicarlo. Alla sua morte finì in un magazzino dal quale magicamente uscì soltanto nel 2007. E da allora le esposizioni delle immagini raccolte nella Grande Mela hanno riscosso successo in tutto il mondo.

Si tratta, infatti, di scatti freschi come una boccata d’aria. Perché era probabilmente così che Vivian intendeva la fotografia: un gesto di libertà dagli impegni tutoriali dai quali era oberata.

 La sua tecnica cambiò, migliorò notevolmente col trascorrere del tempo, così come si nota il passaggio dalla Rolleiflex alla Leica, che la obbligò a usare l’occhio anziché piazzare la macchina all’altezza del ventre. A colpire più di tutto, in ogni modo, sono i soggetti di strada ovvero le persone che incontra a Manhattan come a Chicago, colti nei loro momenti più ilari, gioiosi, seppur ripresi sempre a una certa distanza. Maier infatti era proprio così: curiosa ma anche riservata. L'unico momento in cui derogava a queste regole di scatto erano i self portrait, numerosi, alcuni seri, altri più divertiti. Che fotografa, questa tata francese!

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Vivian Maier, Street Photographer

MAN, Nuoro, fino al 18 ottobre