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Tamara de Lempicka a Torino


Bella, sofisticata ed eccentrica come la sua opera. L’artista ebbe sempre un rapporto privilegiato con l’Italia, che ora le dedica una nuova retrospettiva

di Marta Galli

Il glamour che permea le opere di Tamara de Lempicka fu il motivo del suo successo, così come della sua decaduta. Tante dame e anche qualche gentiluomo, addobbati di sciarpe e abiti affettatamente mossi dal vento, le acconciature scolpite, le seducenti nature morte e gli ambienti domestici delle case che abitò, i suoi nudi imponenti, che si collocano tra Ingres e il cubismo, sono in mostra a Palazzo Chiablese a Torino per una retrospettiva in sette sezioni, curata da Gioia Mori. Tra le più intime tra quelle dedicate all’artista.

La biografia fantasiosa. Nata da una polacca e da un russo, Tamara de Lempicka sposa appena maggiorenne il nobile Tadeusz Lempicki da cui prenderà il nome che terrà anche dopo l’abbandono di lui, fuggito con un’altra donna. Si erano conosciuti durante una festa in maschera a cui lei presenziava vestita da contadina con un’oca al guinzaglio. Diceva di aver perso il padre molto presto a causa della separazione dalla madre, ma probabilmente si trattò di suicidio. Mandò la figlia, Kizette, a studiare in collegio lontano da lei e sosteneva che i suoi unici figli erano le sue opere. Tamara de Lempicka amava disseminare informazioni fantasiose sulle sue origini e sulla sua età (pare denunciasse di essere nata nel 1902 quando invece nacque nel 1898). Questa nebulosità da lei orchestrata definisce immediatamente il personaggio. 

L’emancipazione della socialite. Dilapidando fortune, quelle del primo e del secondo marito (il barone Kuffner), Tamara de Lempicka si spendeva in feste grandiose che, a fine carriera quando la sua opera entra in una fase critica difficile, saranno più ambite della sua stessa arte. Tamara era una stakanovista, pare non si staccasse mai dal lavoro (e si dice che questa fosse la causa della fine del suo primo matrimonio). Cercava un’affermazione professionale, guidava l’automobile e intrecciava relazioni saffiche con donne in vista del mondo culturale parigino – come Gertrude Stein e Romaine Brooks – e altre meno note che saranno il soggetto dei suoi nudi, diversi in mostra, come “la bella Rafaëla”. Considerato che si trattava degli anni ‘20 e ‘30, rappresenta a suo modo un esempio di precoce emancipazione femminile.

Il classicismo e la moda. L’arte di Tamara de Lempicka così lucida, affilata, con contorni che paiono incisi, attenta al dettaglio decorativo e alla moda (nei quadri si potevano riconoscere creazioni di Vionnet e Rochas), è l’immagine perfetta di quel periodo déco di cui diverrà icona. Ma la formazione di Tamara deve molto all’arte italiana che ebbe modo di conoscere e studiare attraverso ripetuti e svariati soggiorni nel Bel Paese. Il suo è un felice connubio di modernismo e citazioni dal passato, da Pontormo o da Michelangelo. Il classicismo della sua opera è aggiornato da un’illuminazione drammatica che irrompe sulla scena, nonché dalle sete e dai cappellini (li creava anche per se stessa), parte essenziale della rappresentaizone. Motivi che la renderanno affine a un certo mondo, e tanto per fare un esempio, sarà coinvolta da Revlon nella creazione di una nuova nuance di rosso per un rossetto. 

Misticismo segreto. L’aspetto probabilmente meno noto dell'opera di Tamara de Lempicka è invece quello dei ritratti devozionali di santi, madonne e religiose che l'artista produce in realtà fin dall'inizio. Anche se di lei rimane l'immagine della pittrice del bel mondo sintetizzata nel suo capolavoro, la Jeune fille en vert, oggi conservato al Centre Pompidou. 

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Tamara de Lempicka, Palazzo Chiablese, Torino, fino al 30 agosto 2015