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Pierre Rigal, la danza in scena a Roma


Per il festival Romaeuropa e Francia in Scena arriva in prima nazionale lo spettacolo di un ex atleta. Che si esprime tra danza e teatro

Sul palcoscenico, vola. E poi danza. E poi fa teatro. Ma lui, Pierre Rigal, prima di incontrare questa straordinaria scienza espressiva, era un atleta: 400 metri piani e 400 a ostacoli. Poi un infortunio gli ha imposto di fermarsi e così ha scoperto la danza. E dunque il suo corpo, il suo modo di parlare un linguaggio speciale e il palcoscenico. Da quel giorno non ha mai più smesso e ora, il ballerino francese nato nel 1973, ha trovato la sua particolarissima cifra. Ha fondato una compagnia e per la prima volta arriva in in Italia con Mobile, uno spettacolo in calendario per il festival Romaeuropa e Francia in Scena, che lo vede sul palco da solo. Ha pensato lui a tutto: concept, coreografia, scenografia e interpretazione. Ne abbiamo parlato con lui.

In questo spettacolo lei esplora tutto lo spazio disponibile, compreso quello aereo...

"Lo spazio del palco è quello della sperimentazione. Anche se è standard è il luogo dell'immaginazione, dove tutto è possibile e, da parte del pubblico, è il luogo dove si forma l'immaginazione, man mano che lo spettacolo procede. In Mobile racconto una storia che è tipicamente umana: quando pensiamo, cerchiamo di dominare le idee, ma a volte ne siamo sopraffatti e quindi ci troviamo nel caos. Ecco, io mi muovo sul palco letteralmente attaccato alle idee: ho degli oggetti, che rappresentano appunto quei pensieri, collegati al mio corpo. E il personaggio è indagatore preciso, quanto in balia del caos, a seconda dei momenti".

In effetti, i suoi spettacoli mettono in scena delle storie.

"Sì. Per me la danza è proprio racconto. Il linguaggio del corpo è molto preciso, a volte molto di più di quello verbale. Può essere armonia o disarmonia, leggero, lieve, bello, ma anche disarmonico, pesante, robotico, caotico. Racconto di me, degli esseri umani e dei nostri sentimenti. Per me, la via più naturale di esprimermi".

Sul suo sito si legge che per lei la danza è anche politica. In che modo?

"Ho fatto alcuni spettacoli espressamente legati a temi di attualità, come per esempio quello sull'identità nazionale. Ma anche quando il tema non è esplicitamente politico, il semplice gesto di andare in scena per me è un gesto politico: è un'affermazione del proprio pensiero. Mettere il proprio corpo sotto i riflettori è fare politica, perché il nostro corpo è oggetto del pensiero sociale e danzare è un modo altro di fare filosofia, di proporre pensiero".

Che ruolo ha la musica nei suoi spettacoli?

"La musica è astrazione. Ma nella danza diventa l'ingranaggio di una macchina complessa che riguarda lo spazio e il movimento. Dunque per il danzatore la sfida è entrare nella forma della musica. Solo allora il movimento sarà facile, spontaneo nel suo dialogare o aderire alla melodia. Non è facile da spiegare, ma è una sensazione meravigliosa da sperimentare perché trasforma l'astrazione musicale in qualcosa di tangibile".

Si trova qui la differenza maggiore tra essere un danzatore o un atleta?

"In realtà la differenza tra danzare e fare sport è più culturale che reale: in entrambi i casi sono in gioco il proprio corpo, la capacità di coordinazione, le abilità fisiche. La danza porta a una flessibilità che lo sport non concede e questo mi ha aperto nuovi scenari. Soprattutto espressivi: mi sono accorto di avere una mia originalità e un modo tutto mio di muovermi. Che ho deciso di perseguire".

Et voilà... Mobile è in scena dal 12 al 16 ottobre al Teatro Vascello di Roma per Romaeuropa e Francia in Scena