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Personale è politico: l’arte delle donne in tre mostre


Femministe e post femministe, tra pubblico e privato, tra arte e vita, tra corpo e cultura

di Marta Galli

Si avvicina l’8 marzo e i giornali propongono le classiche riflessioni sulla condizione della donna, un momento in cui per questioni di agenda, simili notizie assumo un’altra rilevanza. Un esempio: l’istituto ospedaliero Mangiagalli di Milano ha diffuso dati registrati sulle base delle denunce pervenute e i casi di violenza domestica risultano in crescita dal 2012 del 51%.

Nel 1977 Bruce Chatwin scriveva nel suo celeberrimo In Patagonia: “Nello scompartimento c’erano due vittime di ogni giorno del machismo, una esile donna con un occhio pesto e una ragazzina malaticcia attaccata alla sua sottana”. Temi universali, di recente affrontati anche dalla monumentale mostra al Palazzo Reale di Milano, La grande madre. Sorgeva allora la domanda se esista un’arte al femminile. Ma, aveva avuto modo di spiegare il curatore, Massimiliano Gioni, più che un genere nell’arte, esiste un’arte fatta dalle donne che inevitabilmente riflette problematiche, aspirazioni, condizioni sociali che riguardano quella parte di mondo. Lo dimostrano mostre attualmente in corso, costruite attorno alle donne, in cui il corpo diventa elemento centrale di un’espressione che va dal personale al politico.

Se infatti il corpo delle donne è sempre stato un tema dibattuto, il corpo della donna nell’arte è il dibattimento stesso: di natura politica, radicale e sovversiva, l’arte performativa femminile si sovrappone spesso nella storia alla body art tout court. Le azioni di Orlan, Yoko Ono, Valie Export, Carolee Schneemann, Ana Mendieta, Marina Abramovic e molte altre sono ripercorse nella mostra Gestures: Women in action attraverso la documentazione filmica e fotografica o i reperti di momenti performativi che ambivano ad annullare la distanza tra pubblico e rappresentazione. Merano Arte, fino al 10 aprile.

Giunta alla XVIesima edizione, la Biennale Donna di Ferrara si concentra sulle questioni identitarie, geopolitiche, socioculturali che influenzano l’espressione estetica delle donne artiste. La rassegna è dedicata quest’anno alla “multiforme creatività latino americana”: Silencio vivo va da Ana Mendieta - morta cadendo da una finestra a soli 34 anni ma rimasta, a 30 anni dalla sua scomparsa, una delle più influenti figure del panorama internazionale - passa per Anna Maria Maiolino, Teresa Margolles, e arriva ad Amalia Pica, grande interprete dell’emergente scena argentina, nel cui lavoro equivoco e alienazione sono effetti collaterali di una società perennemente connessa, ma incapace di realizzare il sogno della condivisione. Ferrara Padiglione di Arte Contemporanea, 17 aprile – 12 giugno.

Alla galleria Raffaella Cortese di Milano inaugurano in contemporanea tre personali di artiste donne di diversa generazione, che riflettono sulla loro realtà particolare legandola a riflessioni universali. Ritroviamo ancora qui Ana Mendieta e in particolare la troviamo nei suoi lavori su carta realizzati poco prima della morte, nel periodo romano all’American Academy. C’è poi Silvia Baechli, artista svizzera per la quale disegnare è farsi spazio. Non a caso combatte i confini del foglio disegnando con e contro i lati dello stesso e fermando l’ampiezza del disegno alla misura della massima apertura delle sue braccia. E infine Nazgol Ansarinia, da Teheran, la quale partendo dal piccolo, il contingente, il vissuto quotidiano, ne indaga i rapporti con il contesto socioeconomico e architettonico. Come avviene in “Membrane”, in cui focalizza l’attenzione sui cascami di vecchi edifici che sono stati incorporati o hanno lasciato traccia nelle nuove costruzioni. E le cose non sono più cose, piuttosto pretesti. Galleria Raffaella Cortese, Via Stradella 1-4-7, Milano, 10 marzo-11 maggio 2016