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La notte degli Oscar


Cronaca a posteriori di un’edizione decisamente particolare

di Andrea Giordano

Ci voleva il colpo di teatro, prontamente arrivato, quando alle sei del mattino Warren Beatty e Faye Dunaway leggevano la busta (sbagliata) del miglior film, La La Land, anzi no, Moonlight. Una caduta epica per la macchina perfetta degli Oscar, scientificamente perfetta, in maniera ossessiva, che mai era franata nel momento cruciale della serata. Così è successo e ci sono voluti alcuni minuti per capirlo, dopo che gli stessi produttori perdenti, restituivano ufficialmente, dal palco, le statuette ai vincenti. È il finale imperfetto che traccia però una tendenza importante, la “rivincita” della comunità afroamericana, dopo che l’anno scorso le polemiche a discapito della maggioranza di nomination “white”, avevano scandito il pre e il dopo.

Moonlight è una pellicola relativamente piccola, seppur dal tema estremamente interessante, la presa di coscienza dell’omosessualità di un ragazzo, cresciuto in un quartiere di periferia, una storia che di fatto però è riuscita a primeggiare su tutti, portandosi a casa tre riconoscimenti. Il più ambito, come già detto, così come la sceneggiatura andata a Barry Jenkins, e il miglior attore non protagonista, questo mai in dubbio, a Mahershala Ali. Dall’altra parte l’ondata “black” è proseguita con la miglior attrice non protagonista, andata a Viola Davis in Barriere, pellicola firmata da Denzel Washington, senza dimenticare il trionfo del documentario chilometrico (8 ore) sulla vita di O.J Simpson, vincitore della categoria, dove concorreva Gianfranco Rosi per Fuocoammare.

Un segno del destino o una scelta chiara? Entrambe le cose. La La Land è il film che maggiormente invece verrà ricordato, ora e nel futuro, non solo per i sei premi vinti (fotografia, scenografia, colonna sonora e miglior canzone, la splendida City of Stars) ma per quella lezione di cinema e stile capace di insegnare ancora molto. Damien Chazelle, miglior regista (il più giovane) a 32 anni consacra la sua visione creativa, fresca, moderna, che non dimentica la tradizione di un genere, il musical, tornando in voga e di moda, trasformandolo in un linguaggio appetibile e pop. Con lui Emma Stone, miglior attrice, altro emblema di un talento in ascesa da tempo, in grado di battere veterane consolidate come Meryl Streep e Natalie Portman.

 La strada è lunga per poterlo affermare se saranno le nuove icone del futuro, non se lo chiede certo Casey Affleck, miglior attore in Manchester by the Sea (titolo che ha premiato anche Kenneth Lonergan come sceneggiatura originale), che se per qualche tempo ha dovuto vivere forse all’ombra del fratello Ben, timido, schivo, è cresciuto in maniera straordinaria, diventando più bravo, maturo, versatile.

Per il resto è stata una premiazione ecumenica, senza troppi (s)contenti, Mel Gibson con la sua Battaglia di Hacksaw Ridge a portare a casa due riconoscimenti tecnici, montaggio e sonoro, e tutti gli altri dietro Arrival, Jungle Book, Zootropolis, raccogliendo comunque preziose briciole. L’Italia c’è però e ringrazia i due make up artist Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, vincenti per Suicide Squad. Non potevano mancare ovviamente i messaggi politici, su tutti la lettera del regista iraniano Asghar Farhadi, assente per rispetto nei confronti del suo paese riguardo alla messa al bando di Trump, vincitore con Il cliente della categoria film straniero:Dividere il mondo crea solo paura, ha scritto – impedisce la democrazia, il cinema deve poter usare il suo sguardo per battere invece gli stereotipi e ritrovare empatia”.