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New Ghetto Songs, la tradizione ebraica di Roma rivisitata


Dall’archivio sonoro di Leo Levi un progetto con tre musicisti, Raiz, Yotam Haber e Daniele Del Monaco. In scena per Romaeuropa

di Micol De Pas

Tutto ha avuto inizio grazie a una residenza artistica in Italia del musicista americano ma israeliano d'adozione Yotam Haber. Aveva cominciato a frequentare la sionagoga di Roma e a raccogliere, per poi trascriverle puntalmente, le melodie cantate dal rabbino. Una tradizione orale che si tramanda nella storia e che, prima di Haber, era stata registrata da Leo Levi, il musicologo che ha registrato i canti ebraici romani tra gli anni 40 e 60. Proprio a quell'archivio ha attinto Haber, che ha poi cercato un direttore d'orchestra che avesse però nel suo curriculum esperienze eterogenee nella musica e nella sperimentazione: Daniele Del Monaco. Infine, occorreva la voce. Ma anche questa doveva avere caratteristiche ben precise e (soprattutto) appartenere a qualcuno che fosse capace di giocare con i generi musicali, attraversare culture e mondi diversi e che conoscesse l'ebraico: Raiz. Al secolo Gennaro Della Volpe, noto come voce degli Almamegretta.

"Leo Levi voleva immortalare quei canti così particolari prima della dipartita dei depositari di quel patrimonio culturale completamente orale", spiega Raiz, "E il lavoro di Haber è stato duplice: quello accademico, quale è lui, di trascrizione fedele, ma anche quello di metterci le mani con estro creativo e sperimentale. Per questo ha scelto Del Monaco come direttore: ha attraversato il rock, il punk, il jazz. Poi serviva una voce che fosse capace di mettere insieme antico e moderno. Ma abbiamo fatto un lavoro particolare".

Quale?

"Abbiamo messo le mani nella tradizione ebraica romana, che è un mondo a sè: non è né sefardita né askenazita, ma con radici profondamente romane. Anche l'ebraico biblico viene pronunciato con un accento marcatissimo, che esiste solo ed esclusivamente a Roma. Ed è materia viva, ancora oggi".

Da maneggiare con cura, quindi?

"Con distanza rispettosa, certo, ma non con freddezza. Nelle registrazioni raccolte da Levi si capisce che la tradizione veniva influenzata anche dalla canzone popolare, addirittura dalla radio: magari il cantore sentiva Caruso e poi al tempio ci metteva dentro un florilegio con quello stile. Questo significa mantenere viva la cultura orale perché quando non la trasformi più significa che è distante dalla tua vita".

E voi siete andati proprio in questa direzione, mettendo in scena uno spettacolo pop con una musicalità tra il jazz, il rock, il rap e la classica.

"Sì. Abbiamo lavorato nel rispetto dei testi, i Salmi, ma con una melodia e un arrangiamento capace di riportarci a un'epoca contemporanea. Haber mi ha spinto a osare in alcune occasioni, per esempio in un mix di italiano e ebraico in un brano di un profeta perché fossero comprensibili le sue parole: bastonate terribili, estremamente attuali. Per esempio nel primo paragrafo del libro del profeta Yeshua si legge più o meno questo: inutile che preghiate e facciate sacrifici tanto poi fate il contrario di quel che predicate e non date solidarietà a un orfano, a uno straniero...".

Ma lei parla l'ebraico?

"Sì lo parlo. Conosco meno bene quello biblico, ma sono ebreo e andando al tempio ho dimistichezza con questi testi e con queste melodie. Il mio lavoro è stato anche filologico, infatti, perché dovevo individuare in quale punto della liturgia ci trovassimo, tradurre e in alcuni casi decifrare le parole registrate. Per poi lavorare con la voce".

Materia viva, dunque, che porta sul palco il luogo di culto in un lavoro musicale di ricerca. E lui, Raiz, le interpreta con il suo stile, con la sua esperienza di cantante nella sinagoga di Napoli e con un lavoro di traduzione che lega la musica alla parola. Questa volta, però, dal free jazz alla classica, passando per il rock e il rap. Il titolo è New Ghetto Songs ed è in scena al Festival Romaeuropa il 15 e il 16 novembre.