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Mario De Biasi


In ricordo di un artista che fotografava la realtà e disegnava i sogni

Giotto ha il solo vantaggio di essere arrivato prima. Per il resto, la O che sapeva tracciare Mario non teme il confronto: un cerchio perfetto, disegnato in punta di penna con un tratto solo. La mano ferma e sicura di Mario De Biasi era leggendaria, e indimenticabile la sua stretta di mano: sembrava di sentirsi avvolti dall’acciaio. Una presa energica che s’è affievolita solo negli ultimi tempi della malattia che ha ucciso il fotografo, milanese dal 1938 (provenendo da Sois, frazione di Belluno, dov’era nato il 2 giugno 1923).  Fotoreporter per Epoca dal 1953 (il primo di una squadra che schiererà nomi leggendari), De Biasi firma fotografie sbarazzine (come la travolgente camminata di Moira Orfei, nel 1954) e tragiche (come quelle della rivolta ungherese del 1956), viaggia dal Vietnam allo Zaire, usa la fotocamera dall’alto dell’albero di maestra dell’Amerigo Vespucci o in punta al braccio di una gru a Città del Messico, ritrae con occhi innamorati le metropoli e la natura. Realizza 100 libri, una dozzina dedicati a Milano. Oggi, Mario De Biasi si trova alla voce: “fotografo”, domani l’esatta definizione sarà: “creatore di immagini”. Non solo con la fotocamera, anche con i pennarelli, la biro, la tempera: De Biasi fotografava la realtà, e disegnava i sogni. La milanese Galleria 70 cura la mostra di suoi quadri, tutti astratti, dal settembre 2012 al maggio 2013 (il tempo della sua degenza in clinica), e Eugenio Bitetti scrive nel catalogo: “il loro aspetto concreto, conosciuto, vivente, evoca la magia di Mirò, che sapeva ottenerla anche da una semplice linea, e anche quella delle donne pigmee dell’Ituri, nel Congo, che, usando succhi vegetali per inchiostro, traducono in ritmo, su cortecce dipinte, lo spirito e il volto della foresta”. I fogli esposti (sino al 27 luglio) rivelano al pubblico questa faccia nascosta, intima di De Biasi e completano, anzi meglio: correggono, la descrizione che ne faceva l’amico Bruno Munari: la macchina fotografica è parte dell’anatomia di Mario, come il naso e gli occhi. Perché il fotoreporter era consapevole che l’obiettivo fotografico non è in grado di raccontare l’intima essenza del mondo. La mano, guidata dalla sensibilità e dalla fantasia, sì. De Biasi ha coltivato per tutta la vita le due passioni, disegno e foto, stemperando in umoristica bonomia la tensione legata a quella più pericolosa (come fotografo sui fronti di guerra si meritava il soprannome di “italiano pazzo”): “La prima cosa che penso quando scatto una foto? Che devo sempre fare un’inquadratura orizzontale e una verticale, così al giornale non creo problemi a chi me le deve impaginare”.
Questo è quello che raccontano i disegni in mostra in corso di Porta Nuova 38 (http://www.galleria70.eu/evento_attuale/evento_attuale.htm - info www.galleria70.eu e tel. 02.6597809). Il piccolo catalogo che li raccoglie non sfigura tra i gioielli d’arte che fanno corona alla mostra.

Mario De Biasi è morto il 27 maggio.

Testo Santi Urso