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Le fotografie di Daido Moriyama in mostra


Scatti anarchici, dagli anni 60 a oggi

di Micol De Pas

Esiste un tempo in cui la percezione raggiunge la perfezione. O meglio, c'è un momento preciso e unico in cui è possibile isolare un frammento di esperienza e fermarlo. Per Daido Moriyama, il senso del fotografare sta proprio in quell'istante e nella capacità di coglierlo.

Fotografo giapponese, viaggiatore e solitario, ha infatti una sua personale poetica di quest'arte che intreccia alla storia del Giappone e delle sue trasformazioni, attraverso migliaia e migliaia di scatti, per una vita intera. Perché la sua è una ricerca quotidiana e senza fine, che passa attraverso bianchi e neri molto contrastati, immagini spesso sfocate, graffiate, sovraesposte o sgranate che raccontano di un'esistenza senza legami con i luoghi d'origine e lontana dai vincoli e dalle convenzioni sociali.

Moriyama nasce vicino a Osaka nel 1938. Nel 1961 si stabilisce a Tokyo, dove comincia la sua carriera di fotografo. Presto, da freelance, comincia a collaborare con Provoke, testata d'avanguardia dal sottotitolo inequivocabile: Provocative material for thinkers. Da quel momento, la fotografia giapponese prende un nuovo corso e Moriyama riflette sul ruolo della fotografia e del fotografo stesso, arrivando a sostenere il principio dell'anonimato: il fotografo è il primo spettatore di un'immagine più che il suo creatore.

La lettura di On the Road di Jack Kerouac lo spinge a intraprendere un vagabondaggio sulle strade del suo Paese, fotografando qualsiasi cosa incontri sul suo cammino. Gli scatti confluiranno nel libro A Hunter, del 1972: è qui che compare per la prima volta l'immagine del cane randagio, che poi diventerà una sorta di simbolo, o addirittura di autoritratto. La sua filosofia raggiunge l'apice del libro successivo, Farewell Photography, un volume all'insegna dell'anarchia estetica con immagini dalle inquadrature insignificanti, esposizioni improbabili, fatte di ombre e bagliori accecanti.

Dopo un periodo di crisi, in cui l'artista ha smesso di fotografare, torna nelle città e nel suo ruolo di cane randagio non ha mai più smesso di raccontare la vita dal suo personalissimo punto di vista. Per dimostrare che ciò che conta è un frammento di esperienza, parziale e permanente. La fotografia ha ragione d'essere solo nel punto in cui il senso del tempo del fotografo e la natura frammentaria del mondo si incontrano.

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Daido Moriyama. Visioni del mondo

a cura di Filippo Maggia e Italo Tomassoni - catalogo Skira, con un’intervista a cura di Filippo Maggia, un testo critico di Akira Hasegawa e una biografia approfondita redatta da Francesca Lazzarini.

Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno, dal 22 novembre al 25 gennaio