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Frank Shepard Fairey, il “ritrattista” di Obama


In mostra a Napoli le illustrazioni dell’artista che ha reso celebre una campagna elettorale

di Luca Bergamin

C’è stato un periodo, lungo, in cui Barack Obama era ancora un politico “sconosciuto” al grande pubblico americano e mondiale. Per gli addetti ai lavori, era un senatore di Chicago, promettente, ma nulla più. Poi arrivarono le primarie democratiche e soprattutto comparve quell’immagine firmata da Frank Shepard Fairey, che sarebbe diventata il manifesto del primo Presidente nero degli Stati Uniti.

Senza il geniale apporto dell’artista di Charleston, in South Carolina, figlio di un medico e di un'agente immobiliare, Obama difficilmente sarebbe entrato tanto rapidamente nella mente dei suoi connazionali. Hope, infatti, ebbe una forza artistica e propagandistica immensa, trasformando Barack in un fenomeno mediatico. Ed è proprio questo, del resto, lo scopo, la forza subliminale della street art. Fairey lo aveva già sperimentato con successo con André the Giant Has a Poss, tappezzando i muri delle città di sticker in cui immortalava il celeberrimo lottatore di wrestling.

Ma il successo della… faccia di Obama è stato davvero un capolavoro insuperabile di guerrilla marketing: esposti illegalmente e per questo mai citati ufficialmente da Obama, quei manifesti contribuirono ad avvicinare l’outsider dei democratici al cuore della gente della strada, neri, ispanici, soprattutto, che si rivelarono decisi nella prima elezione. Giustamente il potente critico d’arte del New Yorker, Peter Schjeldahl, definì Change:

la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam.

E di sicuro Obey – questo è il soprannome di Fairey – ha creato un’icona pop che sarebbe molto piaciuta ad Andy Warhol. Ora il Palazzo delle Arti di Napoli gli dedica una personale, dove si possono ammirare, oltre ai ritratti del Presidente, anche Jaws Wave, Engineering, Print Destroy, oltre a Kick your ass. Il messaggio è esplicito, forte, chiaro e perentorio. Una replica non è ammessa.

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Frank Shepard Fairey #Obey

Palazzo della Arti di Napoli, fino al 28 febbraio