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Dom Pérignon, Ca’ Pesaro e l’arte contemporanea


Cocktail d’inaugurazione del nuovo spazio veneziano della maison

di Raffaele Panizza

Sono soltanto due sale, ma rimbombano per i corridoi di Ca’ Pesaro come un rave party in un seminario di novizi. È il suono del paradosso, quello tra i due grandi teleri del 1907 creati da Giulio Aristide Sartorio (Le cariatidi e Il poema della vita umana) e l’installazione sonora di Alberto Tadiello, che non appare giovane per nulla nonostante sia classe ’83, a giudicare almeno dalla tensione esistenziale e vissuta che i suoi suoni riescono a conferire allo spasimo dei corpi creato da Sartorio. I nervi cigolano. I muscoli suonano un sax distorto rubato al compositore Colon Stetson e alla sua From no part of me could I summon a voice. E i fortunati intervenuti al vernissage dello scorso 16 ottobre, coi sensi intinti in un Dom Pérignon vintage 2004 servito con generosità, facevano fatica a staccarsi dal cortocircuito.

Con un investimento contenuto (si parla di cifre sotto i centomila euro) ma una lungimiranza sconfinata, Dom Perignon ha ristrutturato un’ala del museo veneziano adibita da anni a magazzino di scarti e ferraglie e ha creato uno spazio dedicato all’arte contemporanea. Una targa nera col logo dell’azienda vinicola all’ingresso ne consacra la paternità e l’intitolazione, così come un accordo (per ora annuale) per riempire di contenuti questo spazio un tempo dimenticato, affacciato sul Canal Grande. «Qui a Ca’ Pesaro venivano ospitati gli artisti rifiutati dalla Biennale» dice la direttrice del museo Gabriella Belli, che tra i respinti cita Boccioni e Casorati, «con questo progetto, intitolato Paradoxes, vogliamo dare spazio a giovani artisti e farli dialogare coi mostri sacri». Entusiasta anche il presidente della Fondazione Musei civici di Venezia (Muve), Walter Hartsarich, che da uomo di marketing sottolinea il totale auto sostentamento finanziario dell’istituzione e l’importanza strategica di trovare nuovi partner commerciali: «anche Venezia, in fondo, è un brand». Uno dei più grandi critici italiani viventi, presente in sala e con preghiera di anonimato, commenta pronto: «ok, speriamo almeno che Cà Pesaro, però, non la trasformino un giorno in Casa Dom Perignon».