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Il ritorno di Ariel Pink, tra psichedelia e pop


Ribelle, controverso e geniale. Dedicated to Bobby Jameson è il nuovo album. Lo abbiamo intervistato.

di Valentina Lonati

Alcuni lo reputano il nuovo vate del lo-fi pop, altri semplicemente un ciarlatano. Ariel Marcus Rosenberg, in arte Ariel Pink, non è un tipo da mezze misure. Capelli rosa, mise eccentriche e occhiali da diva, ha trasformato il nonsense in arte mischiando il garage rock alle atmosfere ovattate dei jingle pubblicitari, dei cartoni animati e dei filmini porno anni 80. Detto così, un pugno nell'occhio. E difatti i suoi primi lavori, registrati in casa, erano talmente sconclusionati da risultare incomprensibili ai più.

La consacrazione arrivò nel 2010 con Before Today, un piccolo capolavoro che restituiva al mondo quell'immaginario visivo e sonoro dei ragazzini americani degli anni 80 cresciuti a merendine e televisione (e nel caso di Rosemberg, anche a Lou Reed e Velvet Underground). Con le sue tutine di lurex alla Heather Parisi, Ariel Pink ironizzava sull'estremo citazionismo della scena rock dell'ultimo decennio esasperandone l'approccio nostalgico, sdrammatizzava l'assurdità della vita (e della musica), la raccontava attraverso le lenti fluorescenti di un caleidoscopio. Per una volta sembravano tutti d'accordo: Ariel Pink era la nuova promessa dell'alt-pop. E da anonimo weirdo si trasformò nell'astro nascente dell'underground, capace di restituire nuovi significati al pop e conteso da star come Miley Cirus, Grimes e addirittura Madonna (ma la tanto attesa collaborazione non vide mai la luce).

Controverso e provocatorio, ribelle a qualsiasi etichetta e sempre pronto a lanciarsi in dichiarazioni sconvenienti (tanto da essere eletto da MySpace l'uomo più odiato dell'indie-rock), Ariel Pink ha continuato a dividere pubblico e critica con una serie di lavori che definivano sempre meglio i confini di un genere personalissimo, che forgiava nuovi paesaggi sonori unendo riferimenti lontanissimi tra loro.Fino a ritagliarsi addosso la figura dell'outsider, del genio incompreso.

Oggi, Ariel Pink è cresciuto. E ha tagliato i lunghi capelli rosa, optando per un taglio spettinato, quasi punk. Abbiamo avuto modo di intervistarlo in occasione del lancio di Dedicated to Bobby Jameson, il nuovo album in uscita il 15 settembre per Mexican Summer. Un omaggio alla vita travagliata del noto cantautore americano ma soprattutto una dichiarazione di introspezione e di maturità compositiva. Ne è nata una conversazione sulla vita, le persone e la politica. Eccola qui di seguito.

Perché hai deciso di dedicare il tuo nuovo album a Bobby Jameson?
Bobby Jameson era un cantautore folk di Los Angeles diventato celebre – o per così dire, dato che non riuscì mai a sfondare veramente - negli anni 60. La sua storia mi ha colpito molto: dopo un lungo periodo burrascoso tra tentativi di suicidio, droghe, alcool, violenza e criminalità, nel 1985 decise semplicemente di sparire senza lasciare tracce. Nessuno ne fu avvisato, neanche gli amici più stretti. Alcuni pensarono che fosse morto. Ricomparve vent'anni dopo, aprendo un blog in cui descriveva le proprie sofferenze, i propri vagabondaggi emotivi. Quando ho iniziato a leggerlo, sono rimasto incollato alla sedia per giorni. Mi ha sorpreso il suo linguaggio, così lucido nonostante la depressione che stava attraversando, nonostante gli avvenimenti tragici della sua vita. È morto recentemente, nel 2015. Di solito non leggo né blog né biografie, ma la sua è una scrittura così chiara e personale, ha avuto un grande influsso su di me. Mi sono sentito di omaggiarlo in qualche modo.

Senti di avere qualche affinità con lui?
In un certo senso sì. Spesso il mio lavoro è stato male interpretato. Molti hanno detto che la mia musica è impersonale: ora volevo metterci qualcosa di mio, qualcosa che sentissi davvero vicino. Mentre leggevo il blog di Bobby, mi sembrava di capire cosa provasse nel non sentirsi pienamente compreso, nel non veder riconosciuto il proprio valore.

Cosa pensi che abbiano male interpretato di te?
Tante cose, dal mio nome – Pink, perché Pink? - fino alla musica. In realtà, non mi sorprende affatto che le persone non capiscano, perché ognuno interpreta la realtà attraverso il proprio vissuto, la propria storia, le proprie informazioni. Quello che noto spesso è che le persone - la critica, i giornalisti - piuttosto che ammettere di non aver capito qualcosa si inventano di aver compreso, di avere la chiave di interpretazione. E invece, semplicemente, bisogna ammettere che non possiamo accedere razionalmente a tutto ciò che ci circonda.

Era quello che intendevi quando in una delle ultime interviste hai detto “we are all making castles in the sand”?
Esattamente. Nella musica come nella vita. Ci sono cose che semplicemente non hanno senso, che non possono essere capite né tantomeno spiegate. Non possiamo farci nulla. (si ferma) Probabilmente se qualcuno ci sentisse parlare non capirebbe nulla di quello che stiamo dicendo! (ride)

Dunque la tua musica non può e non deve essere capita?
Mettiamola così: a volte non la capivo nemmeno io! Quando iniziai a fare musica, registravo i miei pezzi senza sapere cosa stessi facendo, poi li riascoltavo e pensavo: ma che razza di musica è? Non ho mai scritto musica per nessuno se non per me stesso. Spesso non ascoltavo neanche quello che registravo. Piano piano ho capito in che direzione volevo procedere.

In quale direzione stai procedendo ora?
In generale, cerco di comporre musica che ancora non esiste, non replico qualcosa di già fatto soltanto per i miei fan. Tento di convertire nuove persone. La mia musica sono io. Dedicated to Bobby Jameson è un album che riflette il mio stato attuale, sto invecchiando con la mia generazione, ma spero di non sembrare così vecchio ai giovani, in fondo sono loro che ascoltano più di tutti la musica!

E quale sarebbe il tuo stato attuale?
Per me, oggi, è importante vivere una vita senza stress in compagnia delle persone a cui voglio bene, da cui cerco di imparare qualcosa ogni giorno. Niente amore però: è la cosa più spaventosa al mondo, ti senti così vulnerabile...

David Bowie disse nel 1976: “mi sono innamorato una volta ed è stata l'esperienza più terribile della mia vita. Una malattia.”. Condividi?
Concordo con Bowie. Sono un uomo nuovo, non ammetterò mai di essermi innamorato. Una parte di me è morta per colpa dell'amore, forse non potrò più amare come prima, ma non dico che non amerò più.

Tornando alla tua vita di oggi...
Ho alcuni motti personali: non prendersi troppo sul serio, non credere a niente di quello che dicono le persone - compreso me! - ed essere liberi, sempre. Perché non si può fermare la libertà. Non si può imporre alle persone di non essere libere, la libertà vincerà sempre. In questo senso mi considero un “hyperamerican”.

Sei orgoglioso di essere americano?
Assolutamente sì. Da quando è stato eletto Trump si parla molto dell'orgoglio americano, c'è di dice di non averlo più. Ma ragazzi, è l'America! Trump è stato eletto democraticamente, tra quattro anni si tornerà a votare e decideremo se è stato un buon presidente o meno. Non vedo nessuna tragedia nell'elezione di Trump e anzi, sai che ti dico? Non sarà di certo peggiore di Nixon o di Reagan. Lo stesso vale per il vostro Berlusconi: non verrà certamente ricordato come il peggior presidente del consiglio italiano.