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Alberto Giacometti a Milano


La Galleria d’Arte Moderna riapre le porte con la più completa retrospettiva dedicata allo scultore

di Micol De Pas

A riaprire la Galleria d'Arte Moderna di Milano è la più grande retrospettiva di Alberto Giacometti mai esposta in città. Una scelta che è prima di tutto un manifesto di metodo: tornare all'idea della casa-museo, capace di proporre un percorso che racconti un'epoca intera. Dall'8 di ottobre, l'epoca sarà quella di Giacometti, in un viaggio tra le sue opere. Con l'obittivo di mostrare l'innovazione di quell'idea di arte che apparteneva all'artista.

Ma Alberto Giacometti come in questa mostra non lo abbiamo mai visto: si entra nella sua vita e nella sua storia artistica, dai primissimi lavori, fino a quelli della maturità. E da questo punto di vista privilegiato, si può entrare veramente nel processo creativo di un uomo del secolo scorso. Anzi, in quello dell'uomo chiamato Alberto Giacometti.

Dal realismo al surrealismo. Sono i primi anni di Giacometti artista, che esordisce nel solco del realismo, si avvicina al cubismo, durante gli studi parigini, per poi entrare ufficialmente, nel 1931, a far parte del gruppo di André Breton. La sua Sfera sospesa viene definita da Dalì come il prototipo degli "oggetti a funzionamento simbolico", cuore del pensiero surrealista.

In soggettiva. Ma l'esperimento dura poco: Giacometti torna all'osservazione della realtà. Si concentra sulla figura umana, in particolare sulla testa, con l'obiettivo di rappresentarla nel modo in cui lui stesso la vede. Lo sguardo diventa la sua ossessione:

Ho l'impressione che se riuscissi a copiare anche solo un poco - approssimativamente - un occhio, avrei la testa intera. Ma questo mi sembra assolutamente impossibile, semplicemente. Perché? Non so rispondere!

Il sublime. Le sedute nel suo studio erano una vera e propria prova di resistenza per i suoi modelli. La moglie Annette, il fratello Diego, il filosofo giapponese Yanaihara e l'amante Caroline posavano per giornate intere, mentre lui, Giacometti, cercava in maniera quasi compulsiva la somiglianza. In un'intervista con Livia Grossi, Giacometti provò a definire la sua ricerca:

Il sublime per me, il mistero, sta nei volti di questi uomini soli. Una volta, in un museo, mi misi a guardare quei visi e mi colpì la loro straordinaria vivezza e inafferabilità, così diversa dalle opere d'arte che all'improvviso mi sembrarono gelide, morte. E mi prese anche una specie di disperazione perché pensavo che mai nessuno avrebbe potuto cogliere completamente il mistero di quei volti e della vita riflessa in essi.

Deformazioni. Attraverso questo percorso artistico si arriva alla realizzazione di quelle sculture filiformi che hanno reso celebre Giacometti. E se di queste opere si è detto che sono deformazioni della figura umana, liberazioni dell'immagine nella verticalità, l'intenzione di Giacometti era invece la fedeltà della visione:

Per me le deformazioni sono del tutto involontarie - aveva dichiarato Giacometti alla giornalista Livia Grossi  - Io cerco semplicemente di rifare quello che vedo. Ma purtroppo non riesco mai a fare qualcosa di veramente rassomigliante. I risultati sono sempre diversi e per ciò non smetto mai di rifare, e mi do i pugni in testa.

L'arte, secondo Giacometti. A completare il percorso espositivo è una scelta di lavori per la piazza antistante la Chase Manhattan Bank di New York, per il progetto dell'architetto Gordon Bunshaft, purtroppo mai ultimati. E qui si assiste ad un altro spostamento dell'attenzione. Con La Grande Donna, Grande Testa o l'Uomo che cammina, Giacometti racconta la dimensione esistenziale dell'uomo, al di là della somiglianza. Sempre in quell'intervista alla Grossi,

Non esiste, in arte, il problema d'esprimere un aspetto della vita piuttosto che un altro. Esiste solo quello d'esprimersi.

Scultura. La ricerca della felicità? "Io non cerco la felicità! Lavoro perché non riesco a fare altro" aveva dichiarato a Livia Grossi, che poi gli chiese il motivo per cui aveva scelto proprio la scultura come forma espressiva:

Potrei fare altre cose molto meglio: scrivo meglio, dipingo meglio. La scultura è la cosa che so fare meno e perciò mi sento obbligato a farla, perché mi dico: se riesco a capire qualcosa attraverso un'arte che non so fare bene, figuriamoci cosa riuscirei a fare con un'arte che domino!.

Il tempo. la vita ai tempi di Giacometti, che visse negli anni tra il 1901 e il 1966. O meglio, il suo legame profondo, attivo e sempre connesso con la contemporaneità:

Mi piace il traffico, perché è segno di attività, mi piacciono i giornalie alle tre del mattino li aspetto con impazienza per leggerli prima di andare a dormire. Anche la televisione mi piace, la prima volta che la vidi non ruscivo più a staccarmene.

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Alberto Giacometti

Galleria d'Arte Moderna di Milano, 8 ottobre- 1 febbraio

(in collaborazione con la Fondazione Giacometti)