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5 motivi per riscoprire Angelo Novi


Fotografo di scena che ha lavorato con i grandi del cinema italiano, in mostra a Como fino al 27 luglio

di Silvia Anna Barrilà

Fino al 27 luglio il Lake Como Film Festival dedica una mostra ad Angelo Novi, fotografo di scena nativo di Lanzo d’Intelvi, nel comasco, che nonostante una brillante carriera con più di 100 film dal 1960 al 1996 (è morto nel 1997) con registi come Pasolini, Leone, Bertolucci, Zurlini e Lattuada, è stato largamente dimenticato.
L'idea è venuta al fotografo ed editore Carlo Pozzoni, che si è reso conto di questa lacuna quando, nominando il nome di Novi nei circoli di cinefili, nessuno lo conosceva. Lui lo aveva incontrato nel 1993 per fotografarlo e Novi, che era una persona molto semplice, lo aveva subito messo a suo agio e ne era nata un'esperienza molto bella. L'esposizione che vuole ora portarlo all'attenzione del grande pubblico raccoglie 65 fotografie stampate dallo stesso Novi nel 1993 per una mostra a Roma. Alcune sono ritoccate a mano con il pennello, come si faceva ancora nell'era pre-digitale e pre-photoshop.

Ecco, quindi, cinque motivi per cui vale la pena riscoprirlo.

Perché ha saputo andare oltre il ruolo di semplice fotografo di scena. Questa figura, infatti, rimane solitamente in secondo piano perché si limita a fotografare le scene del film per realizzare immagini per scopi pubblicitari. Le fotografie di Angelo Novi, invece, hanno qualcosa in più. Vivono di vita propria, hanno inquadrature e tagli unici che vanno oltre il film. Si veda, per esempio, il primo piano di Laura Betti in "Teorema": il taglio, l'inquadratura così chiusa e così precisa, sono di Novi e non si ritrovano nel film.

Perché riusciva a cogliere l'immagine un momento prima dell'azione. Questo era il suo "trucco", scattare un po' prima che succeda l'azione, perché se scatti quando l'azione è in corso la perdi, invece devi saper intuire. Molto spesso le fotografie degli attori sulla scena non dicono niente perché sono scattate quando hanno finito di girare e quindi sono momenti vuoti. Invece se cogli il momento prima, è ancora pieno di energie. "La fotografia è immaginarsi quello che succederà poi", diceva.

Perché nelle sue fotografie di scena ha saputo concentrare l'esperienza di reporter. È così, infatti, che è nata la sua carriera. Nel 1956, a soli 26 anni, era in Ungheria a documentare la rivoluzione insieme a Indro Montanelli. Nel 1964, in Turchia e Israele a seguire il viaggio di Paolo VI. Proprio attraverso questo lavoro è arrivato al cinema: la sua agenzia lo aveva mandato, nel 1960, sul set di "Era notte a Roma" a documentare le riprese di Rossellini. E sul set poi è rimasto.

Perché ha scelto il bianco e nero. Una scelta consapevole applicata su fotografie che nascevano a colori, ma derivata dal fatto che le varie tonalità di grigio del bianco e nero sono molto più significative e efficaci, a differenza dei colori che distraggono.

Perché è stato amatissimo dai grandi registi italiani. Per esempio da Sergio Leone: è stato sui set di tutti i suoi film più importanti, da "Il buono, il brutto, il cattivo" a "C'era una volta in America" e ha avuto un rapporto fraterno con il regista. Anche con Bertolucci ha avuto un rapporto molto stretto, lavorando sul set di film come "Ultimo tango a Parigi" e "L'ultimo imperatore" ma da lui era un po' intimorito, per la sua caratura intellettuale, mentre Novi era di origini umili. Eppure, Bertolucci lo ammirava molto tanto da "copiare" le sue inquadrature.