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5 mostre da non perdere al Festival della Fotografia di Roma


Eventi al Macro fino all’11 gennaio 2015

di Silvia Anna Barrilà

Nell'era dei selfies e dell'auto-rappresentazione su internet, il Festival della Fotografia di Roma dedica l'edizione di quest'anno al tema del ritratto inteso non solo come genere che ha accompagnato sin dall’inizio la storia della fotografia, ma anche come strumento di analisi della società contemporanea, di conoscenza dell’altro e di rappresentazione del proprio io esteriorizzato, in opposizione o in alternativa all’autoritratto.

All'interno del festival, che si svolge negli spazi espositivi della Sala Enel del MACRO fino all'11 gennaio 2015 ed è diretto da Marco Delogu, il tema del ritratto viene declinato in tutte le sue sfumature attraverso una mostra collettiva e diverse personali.

Eccone alcune da non perdere.

"Soldiers" di Guy Tillim
Nato nel 1962 a Johannesburg, dagli anni 80 Guy Tillim ha usato la fotografia per documentare i conflitti sociali e le diseguaglianze in Africa. Nella serie fotografica "Soldiers", realizzata tra il 2002 e il 2003, ha fotografato i giovani reclutati dai gruppi ribelli in Congo e il tragico effetto della guerra sui civili. I suoi ritratti in bianco e nero non denunciano né esaltano i protagonisti quasi accidentali del conflitto, ma danno vita ad una narrazione drammatica lontana da ogni spettacolarizzazione.

"Autoritratto" di Antonia Mulas
Dal 1977 al 1980 Antonia Mulas invitò nel suo studio circa trecento persone e fece loro il ritratto in bianco e nero utilizzando sempre la medesima luce, dando vita ad una serie di ritratti varia ma allo stesso tempo sorprendentemente unitaria. È una pratica che la fotografa  ha portato avanti nell'arco di circa 20 anni, generando una sorta di autoritratto attraverso i ritratti degli amici, come una ricapitolazione, artistica e umana, della propria vita.

"Asylum of the Birds" di Roger Ballen
 Ancora un fotografo sudafricano, Roger Ballen, di cui sono esposti i lavori recenti. Il titolo si riferisce da un lato ad un insieme di baracche nei sobborghi di Johannesburg che, tra verità e finzione, ospita un variegato gruppo di abitanti ed un cospicuo numero di uccelli in libertà; dall’altro, un luogo simbolico nel quale si incontrano terra e cielo, vita e morte, inferno e paradiso. "Al tempo stesso rifugio, prigione, nido e gabbia, in esso convivono la colomba bianca ed il corvo nero, l’apparizione biblica che annuncia il futuro o l’incubo allucinato di una fine senza fine, come nei versi di Poe".

"The Two Half" di Pietro Paolini
Pietro Paolini è il vincitore del III Premio Graziadei Studio Legale, un premio per la giovane fotografia italiana assegnato dallo studio legale di Roma Graziadei. La serie di Pietro Paolini, The Two Half, è stata realizzata in Venezuela e documenta la quotidianità di un paese in un momento estremamente delicato. Il paese sta infatti vivendo un momento di passaggio dopo la morte del presidente Hugo Chavez, la fine di un'esperienza politica radicale e l’incertezza di un’identità in divenire che potrà svilupparsi solo con il superamento delle divisioni interne.

"The Beats" di Larry Fink
La serie raccoglie un gruppo di fotografie scattate dall'americano Larry Fink - noto per le sue immagini in bianco e nero di persone in occasione di feste o altre situazioni sociali - nel 1958, quando aveva 17 anni, e ritraggono un gruppo underground che Larry identifica come i "Beat" di seconda generazione. Erano artisti con cui viveva, poeti, musicisti, pittori che occupavano gli scantinati del Sullivan Street Theatre, accanto al famoso jazz club Village Gate.

"Il piccolo me - racconta Fink - si era dato una svegliata e facendo bisboccia in MacDougal Street era incappato in una banda di sballati dove c’erano Turk e Ambrose e Mary e altri, come se l’avesse deciso il destino. Venendo da una famiglia di comunisti, il piccolo me non si sentiva troppo in sintonia con certe astrazioni poetiche del gruppo. Ma per temperamento ero uno di loro. Un giorno vennero a West Hempstead, Long Island, dove stavano i miei, tutti e tredici.

"Capelli incolti, fare strafottente, non si sarebbero mai aspettati quello che sarebbe successo. La mia controllante madre, marxista convinta, pretese che si facessero tutti la doccia e si rendessero presentabili prima di cena (lei era una pessima cuoca ma il pasto era gratis). Così, uno per volta, si fecero la doccia in stile Long Island e dopo un po’ fu servita la cena. Al mattino ce ne tornammo tutti a NY per partire alla ricerca dello spirito della strada e per reinventarci l’America. Fu così che andò. Cominciammo il nostro viaggio puliti".