Questo sito contribuisce alla audience di panorama

5 cose da vedere a Venezia durante la 56a Biennale d’arte


Non solo Arsenale e Giardini, la Laguna è un museo diffuso, perfetto per immergersi in una vera e propria città d’arte.

di Marta Galli

In questa primavera particolare in cui l’Italia si fa più che mai polo di attrazione per un pubblico internazionale, La Biennale di Venezia arriva precoce (in anticipo di circa un mese rispetto alle abituali edizioni) con il suo carrozzone di progetti collaterali che fioriscono in concomitanza all’evento principale. Per questo l’esperienza non può dirsi completa se non buttando un occhio a quel che succede in città, fuori da Arsenale e Giardini, dove l’offerta è copiosa e variegata. Abbiamo fatto per voi una piccola selezione:

Venice: objects, work and tourism. Perché prima che artisti, registi, curatori, filosofi, intellettuali – infondo - siamo turisti; regolarmente in pellegrinaggio per raggiungere Biennali e kermesse di vario genere in una città che non è la nostra. Ecco, da questa idea è nata la mostra di Jimmie Durham (curata da Chiara Bertola): un progetto site specific per gli spazi della Fondazione Querini Stampalia che ha richiesto 4 anni di ricerca e ha per oggetto la città di Venezia. Sedimentato del pensiero dell’artista viaggiatore e sorta di mise en abîme. È un must see. Fino al 20 settembre.

Slip of the tongue. Quella dell’artista curatore è una figura che si sta negli ultimi anni sempre più affermando, ma la mostra di Danh Vo a Punta della Dogana sembra collocarsi ai vertici di questi esperimenti curatoriali. Non solo l’artista (che rappresenta anche la Danimarca nei padiglioni nazionali ai Giardini) si è tuffato nella collezione Pinault pescando quel che meglio corrisponde al suo animo ma, per riuscire nell’intento di raccontarsi, ha inserito pezzi provenienti da altrove e senza confinarsi alla contemporaneità, come una testa di Cristo dipinta da Bellini nel Cinquecento. Fino al 31 dicembre.

Portable Classic. Curata da Salvatore Settis e Davide Gasparotto a Ca’ Corner della Regina, sede veneziana della Fondazione Prada, la mostra è la prova che il concetto di riproduzione e copia non è prerogativa della modernità. Tutt’altro, le riproduzioni in piccola scala delle sculture di epoca classica, declinate in materiali diversi, erano ambitissime nell’antica Roma come nell’Europa moderna. E servivano anche, così dimostrano certi modellini del Torso del Belvedere, a ipotizzare le parti mancanti degli originali classici. Fino al 30 settembre.

Nuova oggettività. Non sono qualità attinenti al linguaggio, allo stile o alla provenienza degli artisti, né tanto meno l’aderenza a un manifesto programmatico, a definire il realismo magico nei tempi della Repubblica di Weimar. Ma è un certo atteggiamento che trasuda scetticismo nei confronti della direzione intrapresa dalla società tedesca. E il titolo stesso della mostra al Museo Correr cita l’esposizione fondante del 1925 a Mennheim. Uno sguardo al secolo scorso, con molti lavori raramente esposti. Fino al 30 agosto.

Peter Doig. La mostra realizzata dalla Fondazione Bevilacqua La Masa (curata da Milovan Farronato e Angela Vettese) è la prima personale in Italia dedicata all’artista di origini canadesi, che oggi si divide tra Londra e Trinidad. La sua fama è cresciuta esponenzialmente negli ultimi tempi, come i prezzi dei suoi dipinti, ma lui continua a essere riluttante al contatto con il pubblico e con la stampa. L’esposizione veneziana, che ha sede a Palazzetto Tito per espressa volontà dell’artista, è un raccolta di 14 inediti prodotti negli ultimi tre anni con soggetti ricorrenti. Fino al 4 ottobre.