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5 cose che il caso Barbie insegna


Apre con l’inaugurazione del Mudec l’attesa mostra su Barbie, un motivo per riflettere su un giocattolo diventato fenomeno di costume.

di Marta Galli

 

Mentre una mostra precocemente annunciata dedicata al fenomeno Barbie apre al Museo delle culture di Milano, a Parigi il Musée des arts décoratifs si prepara a una monografica sulla bambolina la prossima primavera e Assouline pubblica un libro dedicato a Mattel, di cui ovviamente la suddetta costituisce un capitolo molto importante. L'irriducibile icona bionda si vende nel mondo al ritmo di una ogni tre secondi.

Alle bambine piace sognare in grande. Barbara Millicent Roberts, universalmente nota come Barbie, nacque nel 1959 da un’intuizione di Ruth Handler, moglie di Elliot Handler, fondatore nel 1945 della Mattel. Vedendo giocare la figlia Barbara con le figurine delle attrici ritagliate dai giornali – preferendole ai bambolotti – capì che un nuovo tipo di bambola, più adulta e aspirazionale, avrebbe trovato il favore delle bambine. Evidentemente già negli anni Cinquanta le piccole di tutto il mondo non aspiravano solo ad avere un bebè da allattare. 

La carica delle bionde. È vero Barbie ha avuto svariati colori di pelle  e incarnato diverse provenienze con tanto di costumi folkloristici, non si può dire non sia politically correct, ma ciò non toglie che il modello che si è imposto nell’immaginario collettivo è quello della bionda americana ossigenata con i tratti che vagamente ricordano Farrah Fawcett, che francamente, anche se non fosse una forma di colonialismo, è comunque un limite all’immaginazione e una forzatura dell’ideale di bellezza. Niente d’irreparabile tuttavia, i modelli servono anche per questo: essere messi in discussione.

L’abito fa il monaco. Barbie è tutt’altro che una signorina da divano. È attiva, attivissima, e in 56 anni di vita si è calata in oltre 156 professioni. Non solo infermiera e maestrina d’asilo, ma anche ginnasta, dentista, pilota, persino astronauta. Preferibilmente però ruoli da ricoprire indossando un camice, una tuta, un tailleur d'ordinanaza. In breve, una divisa. La signorina cambia professione con la stessa facilità con cui cambia d’abito. Come dire che l’abito fa il monaco. E a pensarci bene, qualcosa di vero c’è.

Estetica è cultura. Nasce un dubbio da un fatto contingente: la mostra di Barbie avrà, si spera, l’effetto di lanciare finalmente il Mudec aperto in sordina e affrettatamente per allinearsi ai tempi di Expo sei mesi fa. Ma dove sia il punto di congiunzione tra il primissimo progetto espositivo sugli spiriti nelle culture africane e il simbolo del consumismo occidentale incarnato dalla pettoruta bamboletta sfugge ai più, così come le ragioni per cui una mostra del genere dovrebbe trovare la sua collocazione all’interno di un’istituzione dedicata alle culture primitive e oceaniche. E tuttavia basta uno sforzo cognitivo in più per concludere che Barbie è la cartina tornasole di una società nella sua evoluzione e, pertanto, uno straordinario oggetto d'interesse per l’antrolopologia culturale. Per cui forse dovremmo ringraziare il fatto che la mostra non sia (auspicabilemente) solo una celebrazione di un fenomeno pop, ma un’occasione per riflettere su quanto cultura ed estetica siano interconnesse.

Intelligenza del futuro. Per l’imminente futuro già si parla di Barbie che verranno prodotte con i piedi piatti (per poter indossare finalmente le scarpe basse) e che saranno dotate di parola grazie a uno speciale software con tecnologia wi-fi. La concomitanza delle due informazioni farebbe pensare che le Barbie con il cervello non indossino i tacchi. Questo tipo di giustapposizione si usa anche nella pubblicità e come nella grammatica si chiama paratassi. Dopodiché ognuno tragga le proprie conclusioni.

 

La mostra:

Barbie. The icon.

Mudec, Milano

Dal 28 ottobre al 13 marzo 2016

Il libro:

Mattel. 70 years of innovation and play.

Assouline