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Steve McCurry raccontato da Paul Theroux


“Direi che sono un fotografo di strada che ritrae ‘situazioni trovate’”, si descrive McCurry. Lo scatto che ne risulta è un trionfo di osservazioni catturate, una narrativa completa di solitudine, figure riflessive in un vibrante sfondo urbano.“Si possono fotografare nudi ovunque”, dice Steve McCurry. “Ma queste modelle sono vestite, e ciascuna di loro ha una […]

“Direi che sono un fotografo di strada che ritrae ‘situazioni trovate’”, si descrive McCurry. Lo scatto che ne risulta è un trionfo di osservazioni catturate, una narrativa completa di solitudine, figure riflessive in un vibrante sfondo urbano.

“Si possono fotografare nudi ovunque”, dice Steve McCurry. “Ma queste modelle sono vestite, e ciascuna di loro ha una sua opera di carità. Sono persone determinate e idealiste. Per questo volevo fotografarle in un luogo speciale, e per questo Rio era perfetta”.

Steve McCurry viaggia e fotografa da quasi quarant’anni. Io lo conosco da trenta. Steve è un grande fotografo perché è un viaggiatore intraprendente e una persona umile, nonché il creativo più industrioso che abbia mai conosciuto. È costantemente all’erta, attento come un falco alla realtà delle cose, pronto a trovare l’umanità in ogni immagine. Una di queste, il ritratto di Sharbat Gula, la ragazza afghana dagli occhi verdi che McCurry fotografò nel 1984 in un campo profughi, è considerata una delle immagini fotografiche più conosciute di sempre. Da par suo, 17 anni dopo Steve ha rintracciato la donna e l’ha fotografata di nuovo.

Era un viaggiatore ancora prima di diventare un fotografo, ed è sempre stato pronto a correre rischi. A 22 anni, in cerca di soggetti, partì in autostop da casa sua negli Stati Uniti e si avventurò in Messico e nell’America Centrale, arrivando fino a Panama (“Dove comprai delle lenti”). Non ancora trentenne aveva viaggiato in Jugoslavia e Bulgaria e aveva seguito da solo il corso del Nilo fino all’Uganda e al Kenya; nei tardi anni Settanta vagabondò per due anni in India e visitò il Nepal e la Thailandia. Poi penetrò in Afghanistan travestito da contadino afghano. Questo ancora prima dei trent’anni.

Nella sua impresa più celebre, all’inizio del 1979, in piena guerra civile, McCurry si fece crescere la barba, si travestì da nativo con una salwar kamiz e seguì un gruppo di cinque afghani da Chitral, nell’aspra provincia della frontiera nord-occidentale del Pakistan, fino alla valle di Kunar in Afghanistan, fotografando villaggi bruciati, bombardamenti e atrocità. Fece l’intero percorso a piedi, lungo piste di montagna, nutrendosi di bacche e dormendo nelle capanne. Dieci mesi dopo, quando i sovietici invasero il Pakistan, le sue fotografie di fieri mujaheddin furono le prime a essere pubblicate in Europa e in America.

Dopo un altro viaggio in Afghanistan e incarichi a Beirut, nel Baluchistan e sul confine cambogiano si guadagnò la reputazione di fotografo di guerra. “Ma non era quello che volevo. Volevo essere indipendente, andare dove decidevo io”.

Ha esaudito il suo desiderio: nei suoi viaggi in India, in Sud America, in Giappone e in Africa si è dedicato soltanto alla sua arte, alla ricerca della luce. Molte delle sue fotografie sono ormai storiche, e nelle sue immagini ha accidentalmente registrato le abitudini, i comportamenti e i costumi di un mondo scomparso.

“Sono fiero dei luoghi, delle situazioni e delle luci di questo progetto”, dice Steve McCurry del suo lavoro a Rio per il Calendario Pirelli. “La missione sta tutta nel trovare la luce, il momento giusto, il luogo giusto e nel cercare di farli funzionare insieme. La luce è tutto”.