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È morta Anita Ekberg


La vita dell’attrice prima e dopo la Dolce Vita di Federico Fellini

di Santi Urso

Per Federico Fellini era Anitona, e così la chiamano ancora i suoi amici e con questo nome è entrata nelle enciclopedie. Nel fondamentale Dizionario della memoria collettiva (curato nel 2003 da Massimo Castoldi e Ugo Salvi per Zanichelli), dedicato alle parole e agli eventi da non dimenticare, accumulati generazione dopo generazione, alla voce “Anitona” si legge

Soprannome di Anita Ekberg, attrice svedese nata a Malmoe nel 1931. Eletta Miss Svezia all’età di vent’anni, tentò la carriera cinematografica ed ebbe scritture di secondo livello. Nel 1960, con la partecipazione al film La dolce vita di Federico Fellini raggiunse il definitivo successo internazionale. Divenne il simbolo di una femminilità senza compromessi, che grazie a lei si sarebbe poi detta felliniana. Per gli italiani divenne Anitona, appellativo che fissava nella memoria collettiva la sua giunonica bellezza e l’immagine di una bellezza prorompente e invitante

Ora, se Anita Ekberg fosse solo quello che l’erudita descrizione ci presenta, potremmo limitarci a prendere atto che l'11 gennaio 2015, l’attrice ormai tramontata Kerstin Anita Marianne Ekberg (all’anagrafe risulta così) ha fatto il salto nel silenzio dell'universo. Della sua “giunonica” e “prorompente bellezza” restavano quasi soltanto gli occhi celesti dallo sguardo lampeggiante e l’aperto sorriso. Già dieci anni fa a chi, fan o giornalista, voleva incontrarla e ne lodava la bellezza si premurava di far sapere

Lasci stare la mia bellezza: non esiste più. Lo spirito sì, indomabile, ma niente in me è più passabile. Sarà una questione di femminea vanità, ma non posso più offrire effetti speciali

Una diva a cui è bastata una breve stagione per diventare immortale.

Le vittorie sono cominciate a poco più di vent’anni: a Hollywood dove la reginetta di bellezza (arrivata anche seconda nella gara di Miss Universo) si trasferisce, al volo, è il caso di dire, ci mette niente a far impazzire prima il produttore Howard Hughes poi Hugh Hefner, editore del mensile Playboy, nato nel 1953.

Il film che le fa conoscere e amare l’Italia è il kolossal di King Vidor, Guerra e pace, ricavato dal romanzo di Tolstoi. Aveva ragione, perciò, Anita a ricordare: “Non mi ha scoperto Fellini: avevo dieci anni di cinema alle spalle”. Così comincia, dopo il prologo a Hollywood, la leggenda di Anita Ekberg, Ghiaccio Bollente ma anche principessa da Mille e una notte (nei veli orientali di Zarak Khan). “A Fellini piaceva moltissimo come camminavo”, diceva Anitona, ricordando l’entusiasmo del regista che, appena la vide, aveva osservato con linguaggio forbito ma entusiasta

Incede come una dea, fa scomparire il corteggio di press agent, segretari e factotum che le sta attorno. C’è anche il marito, mi dicono: scompare anche lui

Anita Ekberg non si limitava a essere maestosa, tanto da apparire altissima (scalza era sul metro e settanta), le piaceva anche scatenarsi. E molto prima di rendersi indimenticabile per la camminata nella fontana di Trevi, con Marcello Mastroianni, suo partner ne La dolce vita, occupò le prime pagine dei giornali un po’ per le sbronze del marito Anthony Steel e moltissimo per la notte del 5 novembre 1958 in un ristorante romano. Nel suo ormai proverbiale libro di memorie C’era questo c’era quello, Enrico Lucherini racconta cosa era successo. “Era la festa di compleanno, 25 anni, di Olghina di Robilant, contessina veneziana cresciuta in Portogallo presso ricche zie. A Roma conosceva tutti. Alla festa al Rugantino venne anche Anita Ekberg. Vederla così, in abito da sera, bellissima, faceva sensazione… Dopo mangiato l’orchestrina aveva incominciato a suonare, la luce venne abbassata, Anita si liberò delle scarpe”. Il resto è documentato dalle foto di Tazio Secchiaroli, che immortalano la danza di Anitona e quella, scandalosissima per i tempi, della “turca nuda” Aiche Nana, impegnata nella danza del ventre su un tappeto di giacche maschili e tovaglie strappate alle tavole imbandite.

In qualche modo tutto questo diventa anche la croce di Anita: perché i suoi esuberanti personaggi cinematografici si intrecciano con i comportamenti privati e finisce che lei viene percepita dalle altre donne come un pericolo.

Il regista Dino Risi, nelle sue memorie (I miei mostri) ricorda che “Anita era bionda, svedese, amava la vita. Viveva per il piacere” e un giorno d’estate, al largo delle coste laziali, su un motoscafo lei “era nuda coi capelli biondi al vento” e si faceva ammirare dai marinai di una petroliera svedese e spiegava: “Loro di Malmoe, mia città. Poverini, loro contenti di vedere me nuda”.

Onorata e discussa come massimo sex symbol degli anni Sessanta, oggi sappiamo che Anita Ekberg va anche apprezzata come donna (tutt’altro che pericolosa per le famiglie) che incede maestosa su un viale del tramonto, sola, con pochi amori fedeli – i suoi cani sono gli unici esseri viventi che, alla fine, l’hanno amata senza fraintenderla e sfruttarla.