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Miss Italia, Laura Boldrini e la bellezza senza degrado


Prima gara fotografica, poi sfilata: il concorso ha legato nomi di donne storiche al grande schermo senza alcuna infamia

A sentirne le vibranti parole, le intenzioni del presidente della Camera sono ottime. Quindi lastricano alla perfezione le vie dell’inferno. Forse non è una buona notizia per quel luogo, secondo autorevoli opinioni, così frizzante e variegato. Se vi si diffondono le opinioni di Laura Boldrini la noia regnerà sovrana anche lì. Perchè il senso del suo intervento è quello di stendere il velo della correttezza politica su ogni comportamento, non quello di trasformare Miss Italia in Missing Italia.

Fosse solo quello ci si potrebbe rifare a un’altra frase proverbiale, per ammonirla: "Maramalda, tu uccidi un corpo morto". Perchè il concorso di Miss Italia è già stato in realtà eliminato e il nome dell’assassino e ben noto: si chiama Antonio Ricci. Costui ha colpito già nel lontano 1988, con una idea geniale, passata alla storia col nome di "velina": è da tempo che la Monarchia di Miss Italia agonizza sotto le spallate della Repubblica di Striscia la notizia. Ma Laura Boldrini ha sparato nel mucchio, come se il concorso in sè fosse marchio d’infamia, sentina di degrado, specchio deforme della dignità femminile.

Questo non lo fu mai. Fu (e in forme opportune si spera che lo sarà ancora) un innocente spettacolo, con qualche effetto collaterale non disprezzabile. Confrontarlo con altri modi di esprimere il talento, avvicinarlo anche alla lontana all’infamia della violenza sulle donne, è gioco sporco. Per usare il gergo sportivo è auspicabile che quello di Laura Boldrini sia "fallo involontario". Perchè se è vero che in nessun campo si vive di gratitudine e di passati trionfi, non è neppur giusto (proprio per servir bene la Memoria) cancellare la Storia.

Le maiuscole non sono sprecate. Il gioco della ragazza più bella d’Italia è nato quando c’erano l’olio di fegato di merluzzo, la pomata Limas (un balsamo per le bronchiti), il flit e il ddt, la carta moschicida, i calendarietti da barbiere, l’ovetto sbattuto. Come gara fotografica (la bellezza stava in un sorriso!) risale al 1939, come sfilata al 1946. Gli effetti collaterali (non indesiderati) riguardano il cinema e la moda. È Miss Italia che ha legato i nomi di Silvana Pampanini e Sofia Loren, di Lucia Bosé e di Gina Lollobrigida alle migliori stagioni del grande schermo nostrano. E se vien da dire: archeologia, allora si può risalire ad Anna Kanakis, Federica Moro, Roberta Capua, Mirka Viola, Anna Valle, Martina Colombari, Alba Parietti, Simona Ventura, Maria Grazia Cucinotta. Un arido catalogo potrebbe persino dar ragione a chi "maledice" il concorso (un esame attento stabilisce che le star più grandi non furono vincitrici), ma condannarlo a morte sembra sentenza da caccia alle streghe.

Miss Italia merita di rimanere come titolo onorifico, anche svalutato (la crisi c’è per tutti) ma non merita l’affronto di un paragone capzioso come questo: "È più grave che una ragazza debba spogliarsi per andare in tv o che si debba completamente coprire?" Nessuna missitalia, o velina, o madrenatura, ha "dovuto" semmai ha "voluto". Nella differenza sta la bellezza. Della democrazia.

Ps. Nelle prime righe c’è scritto "il presidente". Si riferisce a una donna. È indicata così da tutta la stampa. Vivere all’ombra di termini maschili per una donna, forse questa è una vera, subdola offesa.

Testo: Santi Urso

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