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Jane Fonda, dopo la fine del mondo


Un talento irresistibile, una forza della natura, una diva senza  etichette. Ritratto e immagini di una magnifica ribelle, all’alba dei  suoi 75 anni.

“Quando si distendeva accanto a me, nuda e disinvolta, mi sembrava di guardare un quadro di Modigliani”. Così parlava, sui giornali scandalistici, Lorenzo Caccialanza, giovane attore italiano di belle speranze e ancor più bella presenza, che a Hollywood è passato come una meteora. A metà degli anni Ottanta, era stato scelto da Jane Fonda per una scappatella, subito diventata passione, breve ma condivisa, intensa ed esaltante. E ogni volta che lo abbracciava, lei diceva: “Ma lo sai che ti stai portando a letto una leggenda di Hollywood?” Lorenzo non ha mai capito se era seria o scherzava. Ma una cosa è certa: Jane Fonda diceva una grande verità.

Quando, più vicina ai 50 che ai 40, si faceva vedere da Lorenzo e gli mostrava le forme morbide e delicate, di misteriosa sensualità senza tempo, che hanno i nudi di Modigliani, la figlia di Henry Fonda, più che una superstar, era un simbolo.

Per tutte le stagioni, dicevano già allora le malelingue, che le rimproveravano di cavalcare tutte le mode (dalla contestazione all’aerobica), pur di restare furbescamente sulla cresta dell’onda. Erano considerazioni meschine: come attrice, lei era un autentico talento (certificato da sette nomination all’Oscar e due statuette vinte) e come donna era una forza della natura, impossibile da imbrigliare in un’etichetta, fosse quella di “pasionaria”  della politica o di sacerdotessa del fitness. Forza che non si smentisce neppure oggi, splendida com’è nelle pubblicità, a 75 anni (compiuti il 21 dicembre).

Per l’adolescente Jane Fonda il problema non era sfruttare la popolarità del cognome, ma liberarsi del suo peso. Per molti anni è soltanto “la figlia di Henry Fonda”. Tanto che ripetutamente dichiara: “Voglio raggiungere il successo solo grazie al mio talento”.  Lo raggiungerà, invece, per il suo spirito ribelle anche quando sarà diventata donna di una bellezza sfolgorante, con un sex appeal irresistibile. Lei lo mortifica, girando senza trucco, in tenute sportive e casual e, in tempi che annunciano profondi mutamenti nel costume, si irrita se qualcuno la tratta da sex symbol. La svezza Roger Vadim, il regista che nel 1956 ha creato il mito di Brigitte Bardot. Ma: “Preferisco essere me stessa”  è la prima cosa che Jane gli dice quando lo incontra in Francia. La seconda è “no” quando lui le propone di essere protagonista di "Angelica", che nel 1965 sarà il primo film di una celebre saga avventurosa in costume (la parte andrà a Michéle Mercier). Però dice sì alla sua corte, preferendolo ad Alain Delon. E lo affascina, come ricordava Vadim, non: “con le qualità che tutti, in seguito, le hanno riconosciuto: il coraggio, l’intelligenza, la decisione, la partecipazione attiva alle cause in cui crede, ma con la vulnerabilità nascosta sotto l’apparenza della forza e della sicurezza in sé, l’onesta ricerca della sua identità” e, naturalmente, con il suo viso e il suo corpo. Il loro amore nacque dopo un incontro ininterrotto di “due notti e un giorno”, però dopo un catastrofico inizio. Jane, convinta di fare la cosa giusta, aveva assecondato le sue avances (nella camera da letto d’un albergo con vista sulla Senna) correndo “in bagno e uscendone un minuto dopo completamente nuda. Come se mi avesse detto: ‘Vuoi fare l’amore? Facciamolo’”. Per Vadim fu uno shock emotivo: sentì per lei troppa passione. E ci mise tre settimane a, diciamo così, riprendersi. Si riprese, va detto, fin troppo bene, tanto da coinvolgere in seguito l’amata (diventata sua moglie il 14 agosto 1965, a Las Vegas) nelle più sfrenate fantasie erotiche. Che però, come Jane stessa ha confessato nell’autobiografia "La mia vita finora" (Mondadori), lei non accettava ma subiva (“mi faceva trovare altre donne nel letto”). La loro tormentosa intimità è comunque, nel bene e nel male, all’origine della leggenda di Jane: perché quella che Vadim, di origini russe, continuò per anni a chiamare scherzosamente “ragazza viziata dai lussi del capitalismo americano” , dopo aver rifiutato la parte di Lara nel "Dottor Zivago" (per non stare troppo a lungo lontano da lui) accetta di farsi dirigere dal marito in “un film ricavato da un fumetto”, al quale avevano detto no Brigitte Bardot, Sophia Loren e Virna Lisi.

Il film è "Barbarella", diventerà un cult e nel 1967 fa di Jane Fonda, nella parte di un’eroina intergalattica, un mito scandaloso su due fronti: da una parte le femministe le rimproverano di aver esaltato una figura di donna oggetto, di bambola sexy destinata soltanto al piacere maschile, dall’altra Hollywood inorridisce perché Jane, nei titoli di testa, è chiaramente del tutto nuda, prima americana bianca (e con che cognome!) a osare tanto. E lei oserà di più: quando vince l’Oscar 1971 con "Una squillo per l’ispettore Klute", dichiara: “Ho scelto di interpretare una prostituta perché denuncia l’oppressione delle donne, in un sistema che le costringe a mettersi in vendita come merci al miglior offerente”.

È il punto più alto della stella Jane Fonda, che conoscerà molte altre vite, e altri (un po’ più noiosi) mariti, fino ad arrivare oggi in quello che, spiritosamente, definisce non terza età ma terzo atto della vita. Che recita con la stessa energia e lo stesso entusiasmo con cui ha interpretato i precedenti. E questo è il bello della leggenda vivente di Hollywood: per Jane Fonda la vita è una sfida continua.

Testo di Santi Urso