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C’era una volta Marion Cotillard


È una delle poche attrici francesi ad aver conquistato Hollywood. Piace ai registi americani, che le offrono ruoli sempre diversi. Come quello di prostituta in "C’era una volta a New York"

di Nicolò Minerbi

All'improvviso. Perché alla fine è sempre così che succedono le cose quando devono succedere. Questione di fortuna o di congiunture astrali, o di tutti e due. O anche no. A volte infatti basta molto meno, quasi un niente. Una parola, un sorriso, uno sguardo. Che magari ti fissa da una fotografia mentre sfogli un giornale. Com'è successo al regista Olivier Dahan, quel giorno là che non sapeva ancora che volto dare alla sua Edith Piaf cinematografica. Almeno fino a quando, all'improvviso appunto, gli sono tornati in mente due occhi incrociati per caso, chissà come, chissà dove: e il resto è storia.

Perché è da allora che per Marion Cotillard sono state tutte (La vie en) rose e fiori, e premi e statuette (anche Oscar, nella categoria che solo la Loren è riuscita a vincere prima di lei). E poi film mainstream e contratti hollywoodiani. E copertine e pubblicità. Le stelle nascono così. Anche se stella, star o étoile, la Cotillard lo è il meno possibile. Quasi niente e per scelta.

Parigina, figlia d'arte e di attori, conosce il rovescio della medaglia e accontenta il suo pubblico mischiando snobismo, sex appeal, e quel pizzico di francesità che la tiene lontana, anche dal suo essere diva. Ma sempre con gran classe. Come quando arriva all'aeroporto di Los Angeles con valigie e figlio da una parte e la chitarra dall'altra. O come quella volta che il suo fan club è andato in tilt perché una scalmanata l'aveva tempestato di email a dir poco borderline e lei ha risolto tutto con un sorriso. Altro che querele e tribunali.

Gli americani ancora si sorprendono di come un'attrice abituata alle piccole produzioni europee possa sentirsi a suo agio a recitare in una lingua non sua nel tempio del cinema mondiale, negli studios di Hollywood. E lei risponde sempre alla stessa maniera. “Io mi innamoro della parte, del personaggio. E non degli studi di posa. Metto sempre tutta me stessa a prescindere”. E il corto L.A.dy Dior di John Cameron Mitchell ne è la controprova. In un cameo di 5 minuti 5, la Cotillard dà un'emozione a tutte le facce della vita: tristezza, solitudine, disperazione, follia e, finalmente, la gioia di essere liberi.

Questa è la magia Cotillard. Una stella che ti fa vedere solo la luce che vuole lei, quando illumina il grande schermo. Che tutto il resto è privacy, vita vera. Solo sua. E che il gossip s'inventi le cose, se non le può sapere altrimenti.

Sarà anche per questo poi che in rete basta poco, e la fantasia galoppa. E Google lo sa bene. Basta cercare una sua foto per capire. Red carpet a volontà, qualche set e interviste il giusto. E basta così. Almeno fino a quando Dior non le mette ai piedi un paio di tacchi alti che sembrano belle statuine. È bastato poco, un niente così per fare impazzire l'universo internet, che s'è inventato addirittura un filone di ricerca tutto fetish: #Cotillard_feet.

E adesso che Hollywood se n'è appropriata come fosse un prodotto a stelle e strisce (in uscita il 16 gennaio la sua ultima pellicola C'era una volta a New York), i francesi temono che possa diventare americana per convenienza, mentre i losangelini si sorprendono che il fascino della California non l'abbia ancora spinta a fare il salto che tutte le attrici sognano di fare. Lei glissa, fa l'imbarazzata, ammette solo che ama l'inglese, che le piace recitare in questa lingua che sta diventando sempre più sua, nelle sue inflessioni, nei dialetti. Ma questo è quanto concede, per ora, al Far West. E quando le chiedono come abbia fatto a calarsi così tanto in un inglese così americano, lei dice che certo, che le lezioni di dizione servono, ma quello che l'aiuta di più sono le canzoni di Elvis Presley, cantate come ninnananne serali al figlio Marcel.