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Tatuaggio giapponese: la xilografia


L’arte della xilografia usata per fare i tatuaggi nel Giappone Antico

di Oldranda

A parlare è #Oldranda, ovvero Andrea Gatti – che tra le mille passioni (oltre a musica, cani, scarpe) ha anche quella del tatuaggio. Qui, ogni settimana, ne racconta l'arte, le scuole, gli stili, i personaggi più importanti al mondo. Buona lettura.

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Fondendo le due parole giapponesi “te” e “hori” nasce “Tebori” che sta per “incidere a mano”, nome che, nel diciottesimo secolo, fu dato alla tecnica d’esecuzione del tatuaggio tradizionale giapponese.

Legando aghi d’acciaio su una lunga manica di bamboo (una sorta di grande chopstick) si ottiene lo strumento usato per tatuare che si impugna con la mano destra e si appoggia alla sinistra la quale a sua volta tiene la pelle tesa per permettere l’inserimento degli aghi. Questa tecnica è la stessa che usavano gli xilografi per creare le loro stampe da blocchi di legno.

Perché? Una novella molto diffusa dell’antico Oriente, Suokoden, narrava le gesta di valorosi eroi ribelli e coraggiosi. La particolarità era che questi eroi erano pluri-tatuati: dragoni, tigri, fiori, serpenti, demoni e tanti altri soggetti erano raffigurati sulla loro pelle e si sviluppò una sorta di tattoo-mania. Gli Xilografi che di solito creavano le immagini delle novella si reinventarono tatuatori per soddisfare la crescente domanda data dall’emulazione degli eroi (non molto diversi dalle icone dei nostri giorni).

Curiosità: i pompieri del periodo Edo (1603-1868) si tatuavano grandi dragoni per offrire agli spiriti del fuoco un sacrificio in cambio di protezione dalle fiamme.