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L’imperfetto: Alessandro Sartori


In un passato non troppo remoto Alessandro Sartori ha trovato la sua chiave d’accesso al contemporaneo: «mescolare vecchio e nuovo, essere impertinenti: perché è la piccola imperfezione che fa la differenza».

Profumo di cera e di intelligenza. I toni sono pacati, gli artigiani sembrano muoversi nell’atelier di un pittore, più che in una – per quanto illustre – fabbrica di scarpe. Ognuno è fiero del proprio ruolo e cura il dettaglio come se da quello dipendesse ben più che la riuscita di un colore o di una rifinitura. Il compito supremo è quello di interpretare i desideri e tradurre in estetica e in totale comfort la sensibilità di chi si è fidato di loro. C’è qualcosa di spirituale nella descrizione del filo di lino intrecciato a mano che servirà per le cuciture. Non è ammessa neppure la violenza dell’ago d’acciaio, che è sostituito rigorosamente da una setola di maiale che, come in una meditazione o in un rito che non si discute, mani esperte trasformano in uno strumento di precisione. Fuori tutto gira intorno al concetto di velocità. Qui, a Parigi, nell’universo Berluti, il tempo riacquista il senso: la dedizione e la passione dettano le leggi. Ed è una storia alla rovescia: il nuovo progetto prevede di vestire l’uomo “dai piedi alla testa”, ha un respiro mondiale, pur difendendo l’unicità di ogni singolo elemento del guardaroba e, partendo dalle scarpe su misura, finisce al prêt-à-porter. Per realizzarlo bisognava identificare un personaggio che sapesse occupare uno spazio nella contemporaneità, ma che lo facesse in un modo del tutto personale, quasi controccorrente. Perché, se c’è qualcosa che non riguarda Berluti, una realtà esclusiva dal 1895, è la retorica. Quattro generazioni si sono appassionate alla creazione delle calzature. L’ultima ad entrare in scena è stata Olga Berluti, che, raggiunto a Parigi il cugino Talbinio nel 1959,  ha applicato principi fino ad allora più consueti al  territorio dell’arte che non a quello della scarpa e ha vestito clienti sofisticati come Andy Warhol, François Truffaut o Yves Saint Laurent. E anche Bernard Arnault, talmente fedele al marchio, che alla fine ha deciso di acquistarlo, proprio per mantenerne ferme le caratteristiche originali. Un paio di anni fa, il figlio Antoine Arnault, Ceo della compagnia, insieme a Pietro Beccari, presidente, ebbe l’idea di estendere la produzione e creare l’unica linea al mondo di couture maschile: dalle scarpe all’abbigliamento. Arnault ha voluto nel gruppo Alessandro Sartori, chiamato a sviluppare il progetto complessivo di Berluti, diventandone direttore artistico. Sartori è nato a Biella, dove vive la madre, «sarta da sempre». Da ragazzino recuperava i pezzi di stoffa scartati «per farne delle altre cose» e muovendosi abitualmente tra i cartamodelli, i fitting con le clienti, è stato fisiologico seguire quel percorso. Così, dopo gli studi di design a Milano, arriva alla Ermenegildo Zegna. Reduce dalla gloriosa esperienza come direttore creativo per Z Zegna, si è trasferito a Parigi. Vive da solo, lo appassionano le nuove espressioni e i nuovi linguaggi, è innamorato di Velasquez, ma anche di artisti come Roberto Coda Zabetta, Giovanni Manfredini o Giovanni Frangi. Ha un fratello maggiore, Gabriele, ingegnere elettronico – «progettista di microprocessori» – che lavora negli Stati Uniti.

Occhiali da vista rettangolari, è elegantissimo nel suo abito scuro con gilet e cravatta sette pieghe, camicia bianca, e nelle sue scarpe dall’indefinibile tonalità e dalla fattura impeccabile, ma con quella disposizione volutamente scomposta dei chiodini sul tacco che ricorda una risuolatura, «perché nell’imperfezione, nel senso di vissuto, sta il distinguo». Quel tocco di eccentricità silenziosa che accomuna le menti e ciò che insieme si produce. Sartori ci parla di una certa impertinenza nella sua idea di stile per l’uomo. «Non maleducazione», precisa, «ma tutto ciò che ha a che fare con la personalità. Un dettaglio irrilevante che, messo su un prodotto, lo fa diventare speciale, personale, appunto. E Berluti ha questa impertinenza che si unisce alla classicità, alla totale qualità, al fatto a mano, all’idea di un’eleganza senza tempo». Nessuno sforzo, dunque, è stato necessario a Sartori per entrare nel flusso della storia Berluti. Del resto Antoine Arnault descrive il loro incontro come un colpo di fulmine.

Come è stato l’inizio dell’avventura?

«Appena ho cominciato a parlare con Antoine di questo progetto, quando uno iniziava una frase, l’altro la finiva: abbiamo la stessa visione per questo tipo di uomo».

Quale è?

«Penso a un prodotto che non deve assolutamente essere industriale. Qualcosa che nel tempo collezioni, costruendo il tuo guardaroba, sommando e mescolando il vecchio con quello che verrà. Esiste una stagionalità, il materiale, quel tocco di colore, una soluzione e un design nuovi, ma che si combinano con tutto quello che hai comprato due o tre anni prima».

In che cosa consiste il progetto?

«Ci saranno un prêt-à-porter sartoriale che uscirà in giugno, e  un su misura, l’anno dopo. La “capsule” già proposta è un piccolo assaggio. L’abbiamo messa semplicemente in negozio a novembre senza comunicazione alla stampa, eccetto una presentazione ai nostri clienti fedeli in quattro città: Parigi, Londra, Tokyo e Shanghai. Apriremo negozi a Londra, Shanghai, Tokyo, New York, seguiti da quelli a Parigi e Milano, a metà 2013».

Come definiresti la nuova idea di Berluti?

«Un club. Massima sartorialità, un brand che instaura e mantiene  un rapporto molto intimo con i clienti che diventano i nostri ambasciatori. Quelli che si incontrano in aereo, si guardano la scarpa, si riconoscono e sorridono».

Esiste un target anagrafico?

«No. Molti giovani sono appassionati di Berluti. Direi che si tratta di un target culturale, un target di stile. Anche per la rappresentazione di gennaio, abbiamo deciso di affidare i 36 look a 36 persone differenti tra loro: sei o sette indossatori, poi due artisti, uno scultore, un bellisimo ragazzo conosciuto in un ristorante e così via. Il più giovane aveva 24 anni e 72 il più grande. È quello che volevo».

Quali sono state le prime mosse?

«Dopo aver tracciato le linee guida avevo un solo timore: di  non riuscire a trovare interlocutori idonei anche per l’abbigliamento. Quindi tra luglio e agosto dello scorso anno ho iniziato a girare l’Italia con i primi bozzetti che avevo preparato. Ho visitato una trentina di laboratori. Oggi lavoriamo con sedici artigiani».

Quale è stato il criterio di scelta per gli artigiani?

«Le caratteristiche dovevano essere: la cura maniacale dei dettagli per costruire la couture maschile e le piccole dimensioni. Va bene se hanno un loro business di su misura, però vogliamo essere il loro unico brand di questo livello, e vogliamo mantenere un rapporto umano con loro. Stiamo già facendo una serie di esercizi e, fra un anno, dovranno lavorare su misura. Perché questo fatto a mano nel prêt-à-porter diventerà poi anche il fatto a mano nel su misura».

E tu disegni tutto?

«Sì, attualmente disegno le calzature, ho un bellissimo team di designer. Lavoro con un gruppo di matti, appassionati dello stile come me, essenzialmente di moda maschile. Della linea classica, moderna, senza tempo. Piena di dettagli e colta».

Hai modelli di riferimento?

«In assoluto Coco Chanel. E poi i sarti degli anni 40-50. Era consuetudine farsi l’abito per celebrare la maggiore età, per il matrimonio, per altre occasioni, e quest’abito veniva tenuto per una vita. Mi ispira lo stile dei sarti, soprattutto italiani, le tre scuole di Napoli, Roma e Milano, con filosofie diverse sulle costruzioni, sui revers, sulle ampiezze delle spalle. Il mio riferimento è anche quel tipo di moda, di eleganza: abiti asciutti, cappotti oversize, perché uno li voleva grandi e comodi o perché arrivavano dal nonno che era due taglie più grande».

Hai un maestro?

«Direi mia madre».

Come nutri la tua creatività?

«Giro, vedo, scopro. Vado a vedere mostre, o nei negozi di vintage, a cercare capi, cose, flash-back e memorie di un tempo. Mi piace questo concetto di sovrapporre memoria a memoria, creando degli strati. Amo i libri di fotografie di famiglie. Sono anche un lettore maniacale, che rilegge. Ho la passione di recuperare e ricatalogare le cose che vedo. Faccio una marea di foto, o di fermo immagine. A casa, presto molta cura ai vestiti, poco al cibo. Cucino un po’, ma non sono fanatico. Mi piace mangiare bene, italiano, sano e pulito. Scrivo tantissimo. Parole o frasi corte. Quando rileggo mi dico: ecco questo potrebbe essere il titolo di una collezione nuova. O uno spunto. Il mio riferimento non è solo la moda, ma ha sempre a che fare con l’emozione. Scrivo su quadernetti o su libri, che tengo, mentre il materiale fotografico provo a tenerlo catalogato».

Cosa significa per te modernità?

«La freschezza della sorpresa, dell’emozione, di qualcosa che è perfetto per quella persona in quel momento. È sempre l’emozione data da quel tipo di stile che ti crea un’immagine fresca».

Cosa ti irrita di più?

«La mancanza di rispetto mi fa diventare matto».

Qual è la cosa più maleducata che hai mai fatto?

«Fotografare persone a loro insaputa. Anche per strada mi capita,  anche se non sono un blogger».

Quali sono le tue priorità?

«Sicuramente far diventare la mia passione un lavoro, e questo progetto è particolarmente adatto alle priorità che mi ero posto. Un’altra cosa alla quale tengo molto è quella di creare la magia, e ci riesci quando tocchi determinate corde e certe altezze, alle quali arrivi solo se c’è un’unione, un’armonia di forze. E, certo, nello stile adoro andare alla ricerca della magia: il giusto punto di colore sulla giusta persona, lasciarla libera. E, quando trovi tutto questo, lo senti».

Articolo di: Renata Molho